Discorso sull’Ogdoade e l’Enneade (NHC VI,6)
A cura di Ignazio Caloggero

Pagina di riferimento: Hermetica 

PARTE I – REPERTORIO DELLE FONTI

1. Denominazione e identificazione della fonte

  • Titolo italiano: Discorso sull’Ogdoade e l’Enneade
  • Titolo inglese convenzionale: The Discourse on the Eighth and Ninth
  • Altra denominazione interna al testo: L’Ogdoade rivela l’Enneade (The Eighth Reveals the Ninth).
  • Attribuzione: Ermete Trismegisto, nel ruolo di maestro e guida spirituale.
  • Autore storico: sconosciuto.
  • Datazione dell’opera: probabilmente tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C., anche se una datazione precisa non è possibile. Birger A. Pearson propone una composizione tra la tarda età antonina e l’inizio del III secolo, mentre altri studiosi mantengono prudentemente una collocazione fra II e III secolo. Il manoscritto copto conservato è invece del IV secolo.
  • Lingua originaria: con ogni probabilità greco.
  • Lingua di conservazione: copto, nella tradizione dei codici di Nag Hammadi.
  • Testimone principale: Cairo, Coptic Museum, Inv. 10549, Nag Hammadi Codex VI.
  • Collocazione nel manoscritto: NHC VI,6, pp. 52,1-63,32. La banca dati della Coptic Gnostic Library Online registra precisamente il testo alle pp. 52.1-63.32.
  • Sigla principale: NHC VI,6.
  • Negli studi si incontra anche l’abbreviazione Disc. 8-9; la Coptic Gnostic Library Online utilizza inoltre l’identificativo digitale nh.Disc8-9. Queste abbreviazioni non hanno però lo stesso statuto delle sigle tradizionali CH o SH. 
  • Categoria: 5.1 – Fonti Primarie Tradizionali
  • Famiglia funzionale: filosofico-religiosa, con carattere iniziatico, contemplativo e rituale.
  • Strato storico-testuale: I.1 – Hermetica filosofico-religiosi dell’Antichità e della tarda Antichità.

Presentazione sintetica

Il Discorso sull’Ogdoade e l’Enneade è un testo ermetico in forma dialogica nel quale Ermete Trismegisto conduce un discepolo verso gli stadi più elevati di un percorso di conoscenza e trasformazione spirituale.

L’Ogdoade e l’Enneade indicano rispettivamente l’ottavo e il nono livello della realtà celeste, oltre le sette sfere planetarie. Nel testo, tuttavia, esse non costituiscono soltanto luoghi cosmologici: rappresentano anche stati progressivi di conoscenza e partecipazione al divino. Nell’Ogdoade l’iniziato prende parte alla dimensione del nous e al canto delle potenze spirituali; nell’Enneade la contemplazione si approfondisce fino alla comunione con la realtà divina superiore. Il testo costituisce così una delle testimonianze più importanti della dimensione pratica ed esperienziale dell’ermetismo filosofico, nella quale studio, preghiera, silenzio, canto, visione e disciplina della trasmissione della conoscenza formano un unico percorso.

2. Natura documentaria

Il Discorso sull’Ogdoade e l’Enneade è conservato esclusivamente all’interno del Codice VI di Nag Hammadi, manoscritto papiraceo del IV secolo oggi custodito nel Museo Copto del Cairo con numero d’inventario 10549.

Il codice misura circa 14 × 14,5 cm, comprende 78 pagine ed è scritto su una sola colonna. Fu rinvenuto nell’area di Jabal al-Tarif, presso Nag Hammadi, insieme agli altri codici della celebre biblioteca scoperta nel 1945. Nel Codice VI il testo occupa le pagine 52,1-63,32 ed è seguito immediatamente da altri due testi sicuramente ermetici: NHC VI,7 – Preghiera di ringraziamento e NHC VI,8 – Asclepius 21-29.

La presenza consecutiva di questi tre testi costituisce un vero e proprio dossier ermetico interno al Codice VI, anche se non è necessario supporre che essi siano stati originariamente composti come un’unica opera. Il titolo originario non è conservato. La parte superiore della prima pagina è danneggiata e la riga nella quale probabilmente compariva il titolo è perduta.

Gli editori moderni hanno ricostruito il titolo Discorso sull’Ogdoade e l’Enneade sulla base di NHC VI,6 53,23-26, dove il discepolo chiede a Ermete di iniziare il «discorso sull’ottavo e sul nono». Più avanti, in 61,21-22, compare inoltre la formula «L’Ogdoade rivela l’Enneade», utilizzata come titolo del libro che Ermete ordina di trascrivere. Per questa ragione il titolo attuale deve essere considerato convenzionale ma solidamente fondato sul testo stesso.

3. Datazione e ambiente storico-culturale

La composizione è generalmente collocata fra il II e il III secolo d.C.

Birger A. Pearson propone più precisamente la fine del II o l’inizio del III secolo e ipotizza un ambiente ermetico alessandrino. La datazione rimane comunque indicativa: il testo copto conservato è certamente posteriore e rappresenta la traduzione di un originale greco oggi perduto.

L’ambiente culturale è quello dell’ermetismo greco-egiziano di età imperiale, nel quale elementi filosofici greci, cosmologia ellenistica, tradizioni religiose egiziane e pratiche contemplative vengono integrati entro una visione unitaria.

Particolarmente significativi sono i riferimenti finali a:

  • Diospolis,
  • un tempio,
  • la scrittura in caratteri geroglifici,
  • le stele di pietra preziosa,
  • le figure di guardiani con volto di rana e di gatto,
  • nonché precise indicazioni astrologiche per la realizzazione dell’iscrizione.

Questi elementi costruiscono deliberatamente un’ambientazione egiziana e sacerdotale. Christian H. Bull ha proposto di prendere seriamente tali riferimenti nel ricostruire l’ambiente sociale dell’ermetismo, ipotizzando gruppi relativamente piccoli legati a sacerdoti egiziani capaci di integrare tradizione templare e filosofia greca; la proposta è importante, ma deve essere considerata una ricostruzione storiografica, non una certezza documentaria.

4. Lingua originaria e lingue di trasmissione

Il testo conservato è in copto, ma l’originale è generalmente ritenuto greco.

Come accade per molti testi della biblioteca di Nag Hammadi, la versione copta conserva numerosi termini greci e riflette una tradizione testuale precedente. Non possediamo, allo stato attuale, un manoscritto greco completo né frammenti greci identificati con sicurezza come testimoni diretti di NHC VI,6.

La situazione è quindi: originale greco perduto → traduzione copta → unico testimone conservato nel Codice VI di Nag Hammadi.

La traduzione copta fu realizzata prima della produzione materiale del codice, collocata nel IV secolo.

5. Tradizione documentaria e storia della trasmissione

La documentazione antica conservata del Discorso è eccezionalmente limitata: possediamo infatti un solo testimone diretto, NHC VI,6. L’opera rimase sconosciuta alla tradizione occidentale fino alla scoperta dei codici di Nag Hammadi nel 1945.

L’edizione scientifica fondamentale del testo copto è quella curata da James Brashler, Peter A. Dirkse e Douglas M. Parrott, «The Discourse on the Eighth and Ninth (VI,6)», in Douglas M. Parrott (ed.), Nag Hammadi Codices V,2-5 and VI, with Papyrus Berolinensis 8502,1 and 4, Nag Hammadi Studies 11, Leiden, Brill, 1979, pp. 341-373. Il volume contiene testo copto, traduzione e apparato critico.

Un contributo decisivo è stato offerto da Jean-Pierre Mahé, Hermès en Haute-Égypte. Les textes hermétiques de Nag Hammadi et leurs parallèles grecs et latins, tome I, Québec, Presses de l’Université Laval, 1978, dedicato proprio a NHC VI,6 e alla Preghiera di ringraziamento. Mahé ha posto in particolare l’accento sulla dimensione della rigenerazione spirituale e sull’appartenenza del testo a una sequenza progressiva di insegnamenti ermetici.

La riscoperta di NHC VI,6 ha avuto conseguenze importanti negli studi moderni, perché ha mostrato con una chiarezza difficilmente riscontrabile negli altri Hermetica che la tradizione ermetica poteva comprendere non soltanto speculazione filosofica, ma anche preghiera, esperienza visionaria, formule vocaliche, silenzio rituale e disciplina della trasmissione.

6. Genere, ambito e funzione della fonte

Il testo appartiene al genere del dialogo iniziatico e sapienziale.

La struttura fondamentale è quella tipica della relazione: maestro → discepolo

oppure, secondo il linguaggio del testo: padre → figlio.

Il maestro non si limita però a spiegare una dottrina. Egli accompagna il discepolo attraverso un processo che comprende:

  • preparazione;
  • preghiera;
  • trasmissione di una «potenza» spirituale;
  • visione;
  • canto;
  • silenzio;
  • ringraziamento;
  • prescrizioni per la conservazione della rivelazione.

Jean-Pierre Mahé sottolinea che il discepolo non è un principiante. Ermete gli ha già trasmesso quelli che il testo chiama discorsi generali e discorsi dettagliati; ciò che rimane non è una nuova lezione teorica, ma il passaggio conclusivo verso una conoscenza che deve diventare esperienza personale.

Christian H. Bull interpreta il testo precisamente come fase culminante di un percorso composto da rigenerazione e ascesa celeste, mettendolo in relazione con il processo descritto in CH XIII.

È quindi prudente parlare di testo iniziatico purché il termine non venga utilizzato nel senso moderno di descrizione di un rituale formalizzato appartenente a un ordine iniziatico strutturato. Il testo rappresenta certamente una trasformazione guidata della condizione spirituale del discepolo, ma la natura storica concreta delle comunità che lo utilizzarono rimane oggetto di discussione.

7. Struttura e contenuti principali

La struttura può essere ricostruita con particolare chiarezza seguendo l’analisi di Christian H. Bull, The Tradition of Hermes Trismegistus, Leiden-Boston, Brill, 2018, pp. 316-371.

7.1 La sequenza della tradizione – NHC VI,6 52,1-13

Il testo si apre con il discepolo che ricorda a Ermete una promessa precedente: il maestro avrebbe condotto il suo intelletto prima nell’ottavo e successivamente nel nono livello.

La sequenza non è presentata come arbitraria, ma come parte di un ordine della tradizione.

Ciò presuppone quindi un percorso precedente: il discepolo ha già acquisito determinate conoscenze e ha attraversato altre fasi formative.

L’Ogdoade e l’Enneade rappresentano gli stadi conclusivi.

7.2 La generazione spirituale – 52,14-55,23

Ermete descrive la conoscenza attraverso il linguaggio della generazione.

La potenza ricevuta viene paragonata a qualcosa concepito e generato. Ermete parla di una fonte dalla quale ha ricevuto e dalla quale, a sua volta, può generare spiritualmente altri.

Compare così l’idea di una vera genealogia sapienziale.

Il discepolo scopre di avere dei «fratelli», anch’essi generati spiritualmente dal medesimo principio. Il testo lascia intravedere, almeno sul piano letterario, l’esistenza di una comunità o fraternità di persone accomunate dalla stessa esperienza e dalla stessa trasmissione.

Pearson interpreta questi «fratelli» come membri della comunità ermetica alla quale il discepolo viene progressivamente incorporato. L’identificazione storica di una vera «confraternita ermetica» rimane tuttavia una ricostruzione plausibile, non un dato direttamente verificabile.

7.3 La preghiera e la preparazione all’ascesa – 55,24-57,25

Maestro e discepolo si dispongono alla preghiera.

Il destinatario è il Padre dell’universo, al quale viene chiesto di concedere lo spirito e la capacità di esprimere la lode.

La conoscenza superiore non viene quindi raggiunta soltanto attraverso l’argomentazione filosofica: richiede una disposizione interiore e una relazione con il divino.

La preghiera svolge una funzione trasformativa e prepara alla successiva esperienza visionaria.

7.4 L’arrivo della luce e la prima visione – 57,26-58,22

Una potenza luminosa raggiunge i partecipanti.

Ermete dichiara di vedere profondità inesprimibili e afferma: «Io sono Nous e vedo un altro Nous», secondo la resa delle moderne traduzioni.

L’esperienza produce un superamento del linguaggio ordinario. Il maestro vede, ma dichiara di non poter esprimere completamente ciò che contempla.

Il testo passa così progressivamente dal logos, il discorso, al silenzio.

7.5 L’inno nel silenzio – 58,22-59,22

Uno dei passaggi più caratteristici dell’intero testo riguarda il canto silenzioso. Nell’Ogdoade le anime e gli angeli celebrano il divino; ma questa celebrazione avviene attraverso una modalità che supera il normale linguaggio articolato.

Il discepolo chiede come sia possibile cantare in silenzio. La risposta suggerisce che il livello raggiunto non può più essere espresso adeguatamente attraverso parole ordinarie.

Il silenzio non rappresenta quindi semplice assenza di parola, ma una forma superiore di lode e contemplazione.

7.6 La visione dell’Ogdoade e dell’Enneade – 59,23-60,17

Il discepolo raggiunge finalmente la visione promessa. Vede l’Ogdoade, con le anime e gli angeli che cantano, e contempla l’Enneade e le sue potenze.

L’esperienza è descritta come una partecipazione alla luce e al potere divino.

Secondo la lettura moderna, l’Ogdoade costituisce il primo livello oltre le sette sfere planetarie e l’Enneade un ulteriore livello superiore. Il testo utilizza quindi una cosmologia celeste per descrivere contemporaneamente un percorso interiore di trasformazione.

È importante non identificare l’«Ogdoade» di questo testo con l’Ogdoade ermopolitana degli otto dèi primordiali egiziani, né l’«Enneade» con l’Enneade eliopolitana. Qui i termini indicano principalmente l’ottava e la nona sfera o livello della realtà celeste.

7.7 L’inno del discepolo – 60,17-61,17

Il discepolo, dopo aver ricevuto la visione, risponde con una propria lode.

Si definisce strumento dello Spirito, mentre il nous viene paragonato al plettro attraverso cui il divino produce la propria musica.

Segue una sequenza di vocali sacre, espressa mediante combinazioni e ripetizioni di suoni.

Tali sequenze non devono essere ridotte a semplice elemento ornamentale. Studi recenti hanno mostrato che l’uso rituale delle vocali è attestato anche nei papiri magici greco-egiziani e in altri testi religiosi tardoantichi. Nel Discorso le vocali partecipano alla costruzione di un linguaggio che tende oltre la parola semantica ordinaria.

7.8 La conservazione del testo – 61,18-63,32

Terminata l’esperienza, Ermete ordina al discepolo di preservarne la memoria. Il libro deve essere destinato al tempio di Diospolis, scritto in «caratteri geroglifici» e intitolato: L’Ogdoade rivela l’Enneade.

Il testo dovrà essere inciso su stele di turchese, custodite da otto figure: i maschi con volto di rana e le femmine con volto di gatto.

Vengono inoltre indicate condizioni astrologiche per la realizzazione dell’iscrizione. La sezione termina con un giuramento imposto ai futuri lettori.

La conoscenza non deve essere utilizzata per fini malvagi o contro l’ordine stabilito dal destino. Chi riceve il testo deve avvicinarsi ad esso con purezza e chiedere a Dio sapienza e conoscenza. La trasmissione del sapere ermetico viene quindi presentata come una pratica selettiva, progressiva ed eticamente regolata.

8. Personaggi, figure e soggetti della trasmissione

I protagonisti sono due.

Il maestro viene identificato esplicitamente come Ermete in NHC VI,6 58,28; 59,11; 63,24 e come Trismegisto in 59,15 e 59,24.

Il discepolo, invece, non viene mai chiamato per nome. Ermete lo chiama «figlio» o, più precisamente, «figlio mio / bambino mio».

Alcuni studiosi, fra cui Pearson e Bull, ritengono probabile che si tratti di Tat, uno dei principali discepoli di Ermete negli altri Hermetica. Pearson osserva che il rapporto padre-figlio è caratteristico dei discorsi rivolti a Tat.

Jean-Pierre Mahé mantiene invece una maggiore prudenza: il testo consente di identificare con certezza Ermete, ma non fornisce il nome del discepolo.

Per il Repertorio potremmo proporre la seguente  formulazione: Discepolo anonimo, tradizionalmente o ipoteticamente identificabile con Tat.

Accanto ai protagonisti compaiono inoltre:

  • i «fratelli» spirituali;
  • le anime dell’Ogdoade;
  • gli angeli;
  • le potenze dell’Enneade;
  • il Padre o Dio supremo;
  • il Nous;
  • lo Spirito.

9. Relazioni con gli altri elementi dell’Atlante Esoterico

CH I – Poimandres

Il rapporto più evidente riguarda il tema dell’ascesa attraverso le sfere cosmiche.

In CH I,26 l’anima ascende attraverso le sette zone planetarie e raggiunge la regione superiore, dove le potenze cantano inni al Padre.

NHC VI,6 sembra presupporre una cosmologia affine, concentrandosi precisamente sui livelli successivi: ottavo e nono.

CH XIII – Sulla rigenerazione

La relazione con CH XIII è ancora più significativa.

In entrambi i testi un discepolo già formato viene condotto da Ermete verso una trasformazione che supera il semplice apprendimento intellettuale.

CH XIII descrive la rigenerazione di Tat; NHC VI,6 rappresenta il successivo movimento di ascesa e contemplazione.

Christian H. Bull dedica non a caso due capitoli consecutivi della sua ricostruzione rispettivamente al «Ritual of Rebirth» di CH XIII e alla «Heavenly Ascent» di NHC VI,6.

Preghiera di ringraziamento – NHC VI,7

La relazione più immediata è con la Preghiera di ringraziamento che segue materialmente il Discorso nel Codice VI.

La preghiera funziona molto bene come conclusione liturgica dell’esperienza descritta in NHC VI,6 e il redattore del codice sembra averla collegata intenzionalmente al testo precedente. Nella tradizione indipendente, tuttavia, la stessa preghiera compare anche nel Papyrus Mimaut e alla fine dell’Asclepius latino, cap. 41, dimostrando che originariamente poteva circolare autonomamente.

Asclepius

NHC VI,8 conserva immediatamente dopo la Preghiera una versione copta di Asclepius 21-29.

La successione: Discorso sull’Ogdoade e l’Enneade → Preghiera di ringraziamento → Asclepius

costituisce quindi un importante nucleo ermetico all’interno del Codice VI.

10. Uso, ricezione e trasformazioni storiche

Non possediamo testimonianze dirette che permettano di ricostruire con certezza come il testo venisse effettivamente utilizzato in una comunità storica. La struttura interna suggerisce però una destinazione diversa dalla semplice lettura privata.

Il testo presuppone infatti:

  • un maestro;
  • un discepolo avanzato;
  • altri «fratelli»;
  • preghiere condivise;
  • esperienza visionaria;
  • formule vocaliche;
  • un giuramento;
  • restrizioni sulla trasmissione.

Questi elementi hanno indotto diversi studiosi a parlare di iniziazione ermetica o di ambienti comunitari ermetici.

Christian Bull interpreta gli Hermetica come testimonianze di piccoli gruppi guidati da sacerdoti egiziani culturalmente ellenizzati.

L’ipotesi è particolarmente interessante per NHC VI,6, ma non deve essere trasformata in certezza: il testo può rappresentare una costruzione letteraria ritualizzata anche senza corrispondere punto per punto a un rito realmente celebrato nella forma descritta.

La ricezione moderna, dopo la scoperta di Nag Hammadi, ha comunque profondamente modificato la comprensione dell’ermetismo antico. NHC VI,6 ha mostrato che il rapporto fra filosofia e pratica spirituale negli Hermetica poteva essere molto più stretto di quanto risultasse dalla sola lettura del Corpus Hermeticum noto prima del 1945.

11. Problemi critici e questioni aperte

Il primo problema riguarda il titolo. Non è conservato materialmente e quello moderno è ricostruito dal contenuto. La formula L’Ogdoade rivela l’Enneade, attestata nella parte conclusiva, potrebbe rappresentare una denominazione interna alternativa.

Il secondo problema riguarda la datazione. Il manoscritto è del IV secolo, ma la composizione è certamente precedente. La collocazione tra II e III secolo è plausibile, ma non consente una cronologia più precisa.

Il terzo problema riguarda l’identità del discepolo. L’identificazione con Tat è verosimile, ma non esplicita.

Il quarto riguarda la natura dell’Ogdoade e dell’Enneade. Esse hanno certamente un significato cosmologico, ma contemporaneamente rappresentano livelli di esperienza e conoscenza. Ridurre il testo a una semplice cosmografia celeste farebbe perdere la sua dimensione trasformativa; interpretarlo soltanto come allegoria interiore cancellerebbe invece il quadro cosmologico antico nel quale è costruito.

Il quinto problema riguarda la natura rituale del testo. Parlare di «rito iniziatico» è utile, ma bisogna distinguere fra: ciò che il testo rappresenta letterariamente e ciò che possiamo dimostrare venisse effettivamente praticato da gruppi storici.

Infine, occorre evitare di classificare automaticamente NHC VI,6 come testo gnostico soltanto perché rinvenuto a Nag Hammadi. La raccolta contiene opere appartenenti a tradizioni differenti e la provenienza ermetica di NHC VI,6 è invece particolarmente chiara. Anche gli studi recenti distinguono il dossier ermetico VI,6-8 dagli altri testi del codice.

12. Valore per lo studio dell’Esoterismo Culturale

Il Discorso sull’Ogdoade e l’Enneade è una fonte particolarmente significativa per lo studio dell’Esoterismo Culturale, perché permette di osservare concretamente il rapporto fra:

  • conoscenza;
  • trasformazione personale;
  • trasmissione maestro-discepolo;
  • segretezza;
  • esperienza visionaria;
  • linguaggio simbolico e rituale.

Il testo mostra inoltre che la conoscenza ermetica non viene concepita semplicemente come possesso di informazioni riservate.

Il discepolo deve attraversare un percorso progressivo, ricevere insegnamenti preliminari, sviluppare una specifica disposizione interiore e trasformare il proprio modo di conoscere.

La segretezza non appare quindi come occultamento arbitrario, ma come conseguenza di una concezione secondo la quale determinate conoscenze possono essere comprese soltanto da chi ha raggiunto la condizione necessaria per riceverle.

Particolarmente rilevante è anche il rapporto fra parola e silenzio.

Il percorso comincia con il logos, ma culmina in una forma di conoscenza che il linguaggio non riesce più a esprimere pienamente. Il «canto nel silenzio» diventa così una delle immagini più potenti della tensione ermetica fra conoscenza razionale e conoscenza noetica.

Per il Patrimonio Culturale Esoterico il testo costituisce inoltre una testimonianza preziosa della relazione fra tradizione ermetica e immaginario egiziano: tempio, geroglifici, stele, animali sacri, astrologia e autorità sacerdotale vengono integrati in una costruzione simbolica che avrà grande importanza nella successiva ricezione culturale di Ermete Trismegisto.

13. Bibliografia essenziale

  • Brashler, James – Dirkse, Peter A. – Parrott, Douglas M., «The Discourse on the Eighth and Ninth (VI,6)», in Douglas M. Parrott (ed.), Nag Hammadi Codices V,2-5 and VI, with Papyrus Berolinensis 8502,1 and 4, Nag Hammadi Studies 11, Leiden, Brill, 1979, pp. 341-373. Edizione fondamentale del testo copto con traduzione e apparato.
  • Mahé, Jean-Pierre, Hermès en Haute-Égypte. Les textes hermétiques de Nag Hammadi et leurs parallèles grecs et latins, tome I, Québec, Presses de l’Université Laval, 1978. Studio fondamentale di NHC VI,6 e NHC VI,7.
  • Mahé, Jean-Pierre, «A Reading of the Discourse on the Ogdoad and the Ennead (Nag Hammadi Codex VI.6)», in Roelof van den Broek – Wouter J. Hanegraaff (eds.), Gnosis and Hermeticism from Antiquity to Modern Times, Albany, State University of New York Press, 1998, pp. 79-85.
  • Pearson, Birger A., Ancient Gnosticism: Traditions and Literature, Minneapolis, Fortress Press, 2007, pp. 282-286 per il Discourse on the Eighth and Ninth. Pearson propone una composizione fra la fine del II e l’inizio del III secolo e discute l’ipotesi dell’identificazione del discepolo con Tat.
  • Bull, Christian H., The Tradition of Hermes Trismegistus: The Egyptian Priestly Figure as a Teacher of Hellenized Wisdom, Religions in the Graeco-Roman World 186, Leiden-Boston, Brill, 2018, cap. 6, «Heavenly Ascent: The Discourse on the Eighth and the Ninth (NHC VI,6)», pp. 316-371. È attualmente uno degli studi più approfonditi sulla struttura iniziatica, la rigenerazione e l’ascesa celeste nel testo.
  • Roig Lanzillotta, Lautaro, «The Discourse on the Eighth and the Ninth (NHC VI,6), the Prayer of Thanksgiving (NHC VI,7), and the Asclepius (NHC VI,8): Hermetic Texts in Nag Hammadi and Their Bipartite View of Man», Gnosis: Journal of Gnostic Studies, 6/1, 2021, pp. 49-78. Lo studio riesamina in particolare l’antropologia dei tre testi ermetici del Codice VI e invita alla cautela rispetto alle ricostruzioni tripartite corpo-anima-spirito.
  • Ramelli, Ilaria, edizione e commento dei testi ermetici copti, in Corpus Hermeticum, edizione di A.D. Nock e A.-J. Festugière, Milano, Bompiani, 2005, sezione dedicata al Discorso sull’Ogdoade e l’Enneade, pp. 1291 sgg.

PARTE II – ELEMENTI INTEGRATIVI PER IL REPERTORIO DEGLI HERMETICA

H1. Modalità dell’attribuzione a Ermete

L’attribuzione è diretta e interna al testo.

Il maestro viene chiamato esplicitamente: Ermete e Trismegisto.

Non siamo quindi davanti a un’opera successivamente collegata alla tradizione ermetica per semplice associazione. Ermete è il protagonista e maestro effettivo del dialogo, guida il discepolo, pronuncia la preghiera, interpreta l’esperienza e stabilisce le modalità della futura trasmissione del testo.

 H2. Grado e natura dell’attribuzione ermetica

Natura: attribuzione ermetica diretta e interna al ciclo sapienziale antico.

La consistenza documentaria dell’attribuzione è molto elevata. Ermete non è soltanto nominato nel titolo o in una rubrica, ma costituisce una figura strutturale dell’intero racconto. L’opera rientra quindi pienamente nel nucleo degli Hermetica filosofico-religiosi antichi.

Come sempre, questa classificazione riguarda la tradizione pseudepigrafica, non l’esistenza di un autore storico identificabile con Ermete Trismegisto.

H3. Rapporto con Ermete Trismegisto

In NHC VI,6 Ermete appare soprattutto come:

  • maestro;
  • guida del percorso spirituale e iniziatico;
  • padre spirituale;
  • mediatore della conoscenza;
  • guida dell’esperienza visionaria.

La sua funzione è diversa da quella dell’Ermete astrologo, mago o alchimista presente in altri strati della tradizione. Qui Ermete guida l’essere umano verso una trasformazione della coscienza e verso la partecipazione al Nous. Il testo rappresenta quindi uno degli esempi più netti dell’Ermete maestro della rigenerazione e dell’ascesa spirituale.

H4. Stratificazioni e trasformazioni dell’identità ermetica

La storia dell’opera può essere articolata in almeno quattro fasi.

Prima fase – Composizione greca.
Un testo ermetico viene composto probabilmente tra II e III secolo in ambiente greco-egiziano.

Seconda fase – Traduzione copta.
L’opera viene tradotta dal greco in copto.

Terza fase – Inserimento nel Codice VI.
Nel IV secolo viene copiata all’interno del Codice VI insieme ad altri testi di provenienza diversa, ma accanto a un piccolo gruppo di opere ermetiche: Preghiera di ringraziamento e Asclepius.

Quarta fase – Riscoperta moderna.
Dopo il ritrovamento della biblioteca di Nag Hammadi nel 1945, il testo entra per la prima volta nella moderna ricostruzione della letteratura ermetica, modificando in modo significativo l’immagine della spiritualità ermetica antica.

La sua identità ermetica, tuttavia, non deriva dalla collocazione nel Codice VI: è già interna e strutturale al testo stesso.

H5. Concordanze, sigle e identificazioni

Sigla principale: NHC VI,6

Collocazione: pp. 52,1-63,32

Titolo italiano: Discorso sull’Ogdoade e l’Enneade

Titolo inglese: The Discourse on the Eighth and Ninth

Abbreviazione: Disc. 8-9

Identificativo Coptic Gnostic Library Online: nh.Disc8-9.

Titolo interno alternativo: L’Ogdoade rivela l’Enneade, NHC VI,6 61,21-22.

Personaggi: Ermete Trismegisto e discepolo anonimo, probabilmente identificabile con Tat.

Testi immediatamente collegati nel Codice VI:

NHC VI,7 – Preghiera di ringraziamento;

NHC VI,8 – Asclepius 21-29.

La sigla NHC VI,6 deve essere mantenuta come identificazione principale nell’Atlante, in quanto localizza senza ambiguità il testo all’interno della biblioteca di Nag Hammad

Approfondimenti

File scaricabili:

Jean-Pierre Mahé, Hermès en Haute-Égypte: Testo copto e traduzione francese commentata – Jean-Pierre Mah – il capitolo dedicato a NHC VI,6 contiene espressamente «Texte copte et traduction commentée», a partire dalla p. 71 del volume

Testo inglese di pubblico dominio – Zinner/Mattison (link esterno)

The Discourse on the Eighth and Ninth  Testo con introduzione di Jean-Pierre Mahé e traduzione in inglese di Marvin Meyer

Traduzione italiana di lavoro del Discorso sull’Ogdoade e l’Enneade (NHC VI,6), predisposta sulla base della traduzione inglese di Samuel Zinner, dichiarata di pubblico dominio, con controllo della struttura testuale e dei principali passaggi sulle edizioni accademiche disponibili. Il documento mantiene i riferimenti alla numerazione del Nag Hammadi Codex VI,6 (pp. 52,1-63,32) e conserva, laddove necessario, lacune, integrazioni editoriali e varianti testuali. La presente versione ha finalità di studio e consultazione e non sostituisce un’edizione critica del testo copto.

Nota 

Le schede, gli archivi e i repertori presenti nell’Atlante Esoterico costituiscono strumenti di analisi simbolica, interpretativa e documentaria sviluppati nell’ambito del progetto di ricerca sul Patrimonio Culturale Esoterico. Per una descrizione dettagliata dell’Atlante e della metodologia usata si rimanda alla scheda: Cos’è e come funziona l’Atlante Esoterico. 

Relazioni con altri elementi dell’Atlante Esoterico
Di seguito è presentato un elenco di schede provenienti da altri repertori dell’Atlante Esoterico, correlate alla scheda. L’elenco è aggiornato automaticamente dal sistema di gestione dell’Atlante.

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