Preghiera di ringraziamento (NHC VI,7) Pagina di riferimento: Hermetica File scaricabili : Traduzione di Jean-Pierre Mahé (francese) Traduzione è di Jean-Pierre Mahé ed è resa disponibile dal sito della Bibliothèque copte de Nag Hammadi. Il PDF contiene la preghiera e la conclusione narrativa The Prayer of Thanksgiving, traduzione di Samuel Zinner, con revisione di Mark M. Mattison. Testo italiano integrale – Codici di Nag Hammadi, NACLV 2: La preghiera compare alla pagina 168 del volume (pagina 168 del lettore PDF, contando dalla prima pagina come 1). La traduzione è attribuita a Sabato Scala, con revisione di «Innominato», e deriva dalla versione inglese di Brashler, Dirkse e Parrott. È utile per la consultazione, ma non è una traduzione critica direttamente dal copto. Testi originali copto, greco e latino – The Digital Ambler (Link esterno) Contiene i tre testi nelle lingue antiche, traslitterazioni del copto e del greco, traduzioni inglesi parallele e un commento sulle differenze. Si tratta di una trascrizione divulgativa ragionata, non sostitutiva delle edizioni critiche Asclepius 41 su Scaife ATLAS (Link esterno) Il portale permette di consultare il testo latino dell’intero capitolo conclusivo, comprensivo della cornice narrativa, della preghiera e del riferimento al pasto finale Riproduzioni fotografiche – Claremont Colleges Digital Library (Copto sahidico – NHC VI,7):alle tre pagine del codice interessate dalla preghiera, identificati nell’indice fotografico della collezione. Codice VI, pagina 63 Codice VI, pagina 64 Codice VI, pagina 65 Testo in italiano Nag Hammadi Codex VI,7 – pp. 63,33–65,7 Traduzione italiana di lavoro dal copto sahidico, con confronto delle testimonianze greca e latina. Questa è la preghiera che pronunciarono: «Ti rendiamo grazie. Ogni anima e ogni cuore sono protesi verso di te, o Nome che non viene turbato, onorato con la denominazione di Dio e benedetto con la denominazione di Padre. Poiché, verso ciascuno e verso il Tutto, [si estendono] la benevolenza del Padre, l’amore e il desiderio; e, se vi è un insegnamento dolce e semplice, esso ci concede in dono l’intelletto, la parola e la conoscenza: l’intelletto, affinché possiamo comprenderti; la parola, affinché possiamo interpretarti; la conoscenza, affinché possiamo conoscerti. Ci rallegriamo perché abbiamo ricevuto la luce mediante la tua conoscenza. Ci rallegriamo perché ti sei manifestato a noi. Ci rallegriamo perché, mentre siamo nei corpi, ci hai resi dèi mediante la tua conoscenza. Il ringraziamento dell’essere umano che giunge fino a te è una sola cosa: conoscerti. Ti abbiamo conosciuto, o luce intelligibile! O vita della vita, ti abbiamo conosciuto! O grembo di ogni semenza, ti abbiamo conosciuta! O grembo che genera nella natura del Padre, ti abbiamo conosciuta! O permanenza eterna del Padre che genera! Così abbiamo adorato la tua bontà. Una sola richiesta rivolgiamo: desideriamo essere custoditi nella conoscenza. E una sola salvaguardia desideriamo: non inciampare in questa forma di vita». Quando ebbero pronunciato queste parole nella preghiera, si abbracciarono reciprocamente e andarono a consumare il loro cibo puro, nel quale non vi era sangue. L’espressione copta presenta una costruzione negativa riferita al verbo «turbare» o «disturbare», che può essere interpretata come riferimento a un nome non soggetto a turbamento o impedimento. La versione greca di PGM III presenta invece l’espressione ἄφραστον ὄνομα, traducibile come «nome ineffabile» o «nome inesprimibile». Il latino dell’Asclepius utilizza la formula nomen sanctum et honorandum, «nome santo e degno di essere onorato». Le tre formulazioni non sono pienamente equivalenti e testimoniano differenti modalità di rappresentazione del nome divino. L’espressione copta potrebbe alludere a un nome che non può essere turbato, impedito o raggiunto da alcun ostacolo, ma la sua interpretazione rimane discussa. La traduzione «O Nome che non viene turbato» conserva la specificità della testimonianza copta, evitando di sostituirla con «ineffabile», termine più familiare nella tradizione filosofico-religiosa ermetica, ma corrispondente alla formulazione della testimonianza greca. La triade dei benefici divini presenta differenze lessicali nelle tre testimonianze. Il copto utilizza espressioni corrispondenti alla benevolenza, all’amore e al desiderio o favore. La versione greca richiama invece la benevolenza paterna, l’affetto e l’amicizia, mentre quella latina presenta termini collegati alla pietà paterna, alla venerazione e all’amore. La formulazione copta evidenzia la dimensione affettiva e benevola del rapporto tra la divinità e gli esseri umani, presentando i doni della conoscenza come espressione di una disposizione favorevole del principio divino. Nello stesso passaggio compare un riferimento all’«insegnamento dolce e semplice», mentre il greco utilizza un’espressione riconducibile all’attività o all’azione benevola. La differenza è significativa perché la versione copta pone maggiormente in evidenza la dimensione dell’insegnamento, coerente con il carattere sapienziale della composizione. L’espressione «[si estendono]», presente nella traduzione italiana, costituisce un’integrazione sintattica necessaria per rendere più comprensibile la costruzione della frase. Le parentesi quadre segnalano che il verbo non è esplicitamente presente nella formulazione copta. Il testo copto conserva tre termini di origine greca: nous, logos e gnosis, traducibili rispettivamente con «intelletto», «parola» e «conoscenza». Le tre facoltà sono associate ad altrettante azioni: comprendere, interpretare e conoscere. La sequenza esprime differenti modalità attraverso le quali l’essere umano entra in relazione con la divinità. Per il secondo verbo, il copto utilizza una forma derivata dal greco ἑρμηνεύειν (hermēneuein), che può significare «interpretare», «spiegare», «esporre» o «rendere comprensibile attraverso il linguaggio». La versione greca di PGM III impiega invece ἐπικαλέσωμεν, ossia «affinché possiamo invocarti», mentre la versione latina presenta un’espressione che richiama la ricerca attraverso indizi o congetture. La traduzione «interpretarti» conserva quindi la specificità della formulazione copta e attribuisce alla parola una funzione che va oltre la semplice comunicazione verbale. Il logos appare come uno strumento attraverso il quale la conoscenza della divinità può essere formulata, espressa e resa comprensibile. Il significato del verbo presenta un evidente interesse per la storia del linguaggio interpretativo, senza che ciò implichi un collegamento diretto con la moderna disciplina ermeneutica. Il testo copto afferma che la divinità ha trasformato i partecipanti in dèi mediante la conoscenza, mentre essi si trovano ancora nella condizione corporea. La versione greca di PGM III presenta un’affermazione corrispondente, utilizzando il verbo ἀπεθέωσας, riconducibile al concetto di divinizzazione. Il latino dell’Asclepius impiega invece consecrare, collegando la trasformazione alla consacrazione per l’eternità. La differenza è significativa perché la formulazione latina attenua, almeno sul piano lessicale, l’espressione più diretta presente nelle altre due versioni. La traduzione «ci hai resi dèi» riproduce pertanto il contenuto della testimonianza copta, evitando formulazioni come «ci hai santificati» o «ci hai consacrati», maggiormente vicine alla tradizione latina. Anche l’espressione «nei corpi» conserva una particolarità del copto, che utilizza il termine sōma in una costruzione plurale. Il riferimento alla divinizzazione non deve essere interpretato automaticamente come affermazione di una completa identificazione ontologica dell’essere umano con la divinità suprema. Il testo utilizza un linguaggio religioso e celebrativo che esprime la trasformazione spirituale prodotta dalla conoscenza divina, senza sviluppare una dottrina sistematica sulla natura di tale trasformazione. Un elemento particolarmente significativo è il fatto che la divinizzazione venga riferita alla condizione corporea, suggerendo la possibilità di un’esperienza trasformativa già durante l’esistenza terrena, senza attendere necessariamente la separazione dell’anima dal corpo. La sequenza delle invocazioni dedicate alla luce, alla vita e alla generazione divina costituisce una delle parti teologicamente e linguisticamente più complesse della preghiera. Il copto utilizza il termine di origine greca mētra, «grembo» o «matrice», associandolo a immagini di semenza, generazione e fecondità. La versione greca presenta l’espressione μήτρα πάσης φύσεως, traducibile come «grembo di ogni natura». La formulazione «grembo di ogni semenza» conserva il riferimento alla semina e alla generazione presente nella testimonianza copta. Tra le possibili alternative figurano «matrice di ogni generazione» e «grembo di ogni creatura», che comportano tuttavia differenti sfumature interpretative. Un aspetto significativo riguarda l’alternanza delle immagini maschili e femminili nella rappresentazione del principio divino. Nelle invocazioni riferite al grembo, il copto presenta forme pronominali femminili, rispecchiate nella traduzione dall’espressione «ti abbiamo conosciuta». La successiva formulazione «grembo che genera nella natura del Padre» conserva una particolare densità simbolica. Essa associa il principio generativo femminile alla paternità divina, senza definire in modo sistematico il rapporto tra le due immagini. Anche l’espressione «permanenza eterna del Padre che genera» richiama la continuità dell’attività generativa divina, ma non permette di ricostruire una dottrina metafisica completa sulla natura e sulle modalità della generazione. Le immagini paterne e materne devono pertanto essere considerate differenti rappresentazioni simboliche del principio divino, senza presupporre necessariamente l’esistenza di entità divine distinte. Nella parte conclusiva della preghiera, i partecipanti chiedono di essere conservati nella conoscenza ricevuta e di non decadere dalla condizione spirituale raggiunta. Il copto utilizza una formulazione riferita alla permanenza «nella conoscenza», senza aggiungere esplicitamente l’aggettivo possessivo «tua». La versione greca presenta invece un’espressione equivalente a «essere custoditi nella tua conoscenza», mentre il latino sviluppa ulteriormente il concetto, associando la perseveranza all’amore della conoscenza divina. La formulazione copta evidenzia il valore della conoscenza come condizione spirituale da custodire e preservare. L’espressione successiva, «non inciampare in questa forma di vita», richiama la possibilità di una caduta, di una deviazione o della perdita della stabilità raggiunta. Una resa più libera potrebbe essere «non venir meno a questo modo di vivere». Il riferimento all’inciampare conserva tuttavia una sfumatura significativa: la conoscenza non viene presentata come un possesso definitivamente acquisito e indipendente dal comportamento successivo, ma come una condizione che richiede continuità e perseveranza. La richiesta conclusiva collega quindi l’esperienza conoscitiva alla dimensione esistenziale, suggerendo che la conoscenza del divino debba trovare una corrispondenza nel modo di vivere. La conclusione narrativa della versione copta descrive i partecipanti che, terminata la preghiera, si abbracciano reciprocamente e si dirigono a consumare un alimento definito puro o sacro, nel quale non è presente sangue. Il passaggio introduce una dimensione collettiva e rituale, che si affianca a quella contemplativa e conoscitiva espressa nella preghiera. L’abbraccio reciproco può essere interpretato come manifestazione di una relazione comunitaria, mentre il riferimento al pasto privo di sangue richiama un ideale di purezza alimentare e rituale. La formulazione non permette tuttavia di stabilire con certezza se si trattasse di una prescrizione vegetariana, di un pasto rituale specifico o di una rappresentazione letteraria della purezza religiosa. Non è quindi possibile identificare automaticamente il pasto con un banchetto vegetariano, un’agape iniziatica o una forma di comunione religiosa strutturata. La conclusione costituisce comunque una testimonianza importante del possibile rapporto tra conoscenza spirituale, partecipazione collettiva e comportamento rituale negli ambienti culturali legati all’ermetismo antico. La Preghiera di ringraziamento termina a NHC VI,7, 65,7. La successiva nota dello scriba, identificata come NHC VI,7a, costituisce un documento distinto e non appartiene al testo della preghiera. Nota finale Le schede, gli archivi e i repertori presenti nell’Atlante Esoterico costituiscono strumenti di analisi simbolica, interpretativa e documentaria sviluppati nell’ambito del progetto di ricerca sul Patrimonio Culturale Esoterico. Per una descrizione dettagliata dell’Atlante e della metodologia usata si rimanda alla scheda: Cos’è e come funziona l’Atlante Esoterico. Relazioni con altri elementi dell’Atlante Esoterico Tag: Ermetismo
Biblioteca Esoterica In Evidenza
A cura di Ignazio Caloggero



Preghiera di ringraziamento
[63,33–64,3] – Invocazione e ringraziamento
[64,4–14] – I doni della conoscenza
[64,15–19] – La gioia della conoscenza
[64,20–29] – Il riconoscimento del principio divino
[64,30–65,2] – La richiesta conclusiva
[65,3–7] – Conclusione narrativa
Note alla traduzione
Nota 1 – «O Nome che non viene turbato» (63,35–64,1)
Nota 2 – «Benevolenza del Padre, amore e desiderio» (64,4–7)
Nota 3 – «La parola, affinché possiamo interpretarti» (64,11–14)
Nota 4 – «Mentre siamo nei corpi, ci hai resi dèi» (64,15–19)
Nota 5 – «O grembo di ogni semenza» (64,23–29)
Nota 6 – «Essere custoditi nella conoscenza» (64,30–65,2)
Nota 7 – L’abbraccio e il pasto privo di sangue (65,3–7)
Di seguito è presentato un elenco di schede provenienti da altri repertori dell’Atlante Esoterico, correlate alla scheda. L’elenco è aggiornato automaticamente dal sistema di gestione dell’Atlante.



















