Stobaean Hermetica (SH 1-29) Pagina di riferimento: Hermetica File scaricabili: Ioannis Stobaei Anthologium, 1884–1912. Edizione di Curt Wachsmuth e Otto Hense. Non presenta naturalmente gli estratti nella moderna sequenza SH 1–29: bisogna individuarli nelle rispettive collocazioni dell’Anthologium Thrice-Greatest Hermes, vol. III – Warburg Institute (Inglese) G.R.S. Mead, Thrice-Greatest Hermes, 1906. Avvertenza: Mead precede di quasi cinquant’anni Nock–Festugière. La sua numerazione degli estratti non corrisponde a SH 1–29 e il testo greco di riferimento è probabilmente oggi superato. È però una risorsa utile per lettura comparativa. John David Chambers, The Theological and Philosophical Works of Hermes Trismegistus, Edinburgh, 1882. ’opera contiene espressamente una parte intitolata “Excerpts from Hermes by Stobaeus”. È filologicamente più datata di Mead. Walter Scott, Hermetica, vol. I, Oxford, Clarendon Press, 1924. Contiene gli estratti di Stobeo con testo greco e traduzione inglese a fronte. Scott intervenne molto pesantemente sul testo greco, ricorrendo a trasposizioni, congetture e ricostruzioni. Litwa stesso considera la traduzione e soprattutto il testo ricostruito di Scott problematici. Ménard – Hermès Trismégiste (1867) (Francese) Testo in italiano SH 1 – Ermete a Tat 1.1 Concepire Dio è difficile; esprimerlo è impossibile, anche per colui che è capace di concepirlo. È infatti impossibile significare l’incorporeo mediante un corpo; ciò che è perfetto non può essere compreso da ciò che è imperfetto, e ciò che è eterno difficilmente può entrare in relazione con ciò che dura poco. L’uno infatti è sempre, l’altro passa; l’uno è nella verità, l’altro è adombrato dalla rappresentazione. Quanto il più debole è distante dal più forte e l’inferiore dal superiore, tanto il mortale è distante dal divino. La distanza intermedia fra queste realtà offusca la contemplazione del Bello. I corpi, infatti, sono contemplabili mediante gli occhi e le cose visibili sono esprimibili mediante la lingua; ma ciò che è incorporeo, invisibile, privo di configurazione e non poggia su alcun sostrato materiale non può essere afferrato dai nostri sensi. 1.2 Io concepisco, Tat, concepisco: ciò che è impossibile esprimere, questo è Dio. SH 2A – Sulla verità Ermete, dai discorsi a Tat. Riguardo alla verità, Tat, non è possibile che un uomo ne parli in modo adeguato, poiché l’uomo è un essere imperfetto, composto di parti imperfette, e il suo involucro corporeo è costituito da molti elementi estranei. Ciò che invece è possibile e giusto dire è questo: la verità si trova soltanto nelle realtà eterne. I corpi eterni, considerati in se stessi, sono veri: il fuoco che è soltanto fuoco e nient’altro; la terra che è soltanto terra; l’aria che è soltanto aria; l’acqua che è soltanto acqua. I nostri corpi, invece, sono costituiti dalla mescolanza di tutti questi elementi: possiedono qualcosa del fuoco, qualcosa della terra, dell’acqua e dell’aria, ma non sono né fuoco, né terra, né acqua, né aria, né alcunché di pienamente vero. Se dunque la nostra stessa costituzione non possiede fin dall’origine la verità, come potrebbe vedere o esprimere la verità? Può comprenderla soltanto se Dio lo vuole. Tutte le cose che si trovano sulla terra, dunque, Tat, non sono vere; sono piuttosto imitazioni della verità, e neppure tutte, ma soltanto alcune. Tutto il resto è falsità, errore e opinione: realtà costituite secondo la rappresentazione, come immagini. Quando la rappresentazione riceve dall’alto l’influsso dell’attività divina, diviene imitazione della verità; privata invece dell’attività proveniente dall’alto, rimane falsità. Allo stesso modo, un’immagine dipinta mostra l’apparenza del corpo raffigurato, ma non è essa stessa il corpo che rappresenta. Possiede occhi, ma non vede; possiede orecchie, ma non ode. Anche tutte le altre parti che l’immagine sembra possedere sono false e ingannano lo sguardo di chi osserva: costoro credono di vedere qualcosa di vero, mentre contemplano soltanto una rappresentazione. Se dunque comprendiamo o vediamo ciascuna cosa così come realmente è, comprendiamo e vediamo secondo verità; se invece la concepiamo diversamente da ciò che è, non comprenderemo né vedremo nulla di vero. Coloro che vedono soltanto la rappresentazione vedono dunque il falso; coloro che vedono le cose così come sono vedono il vero. Tat: Dunque, padre, esiste anche sulla terra qualcosa di vero? Ermete: Ti sbagli, figlio. La verità non si trova affatto sulla terra, né può venirvi all’esistenza. Tuttavia alcuni uomini possono giungere a comprendere qualcosa della verità, se Dio concede loro la facoltà della contemplazione. Quando dunque comprendo e affermo che sulla terra nulla è veramente vero, comprendo e dico qualcosa di vero. Tat: Ma comprendere e dire qualcosa di vero non dovrebbe essere chiamato verità? Ermete: Che cosa intendi? Occorre comprendere e dire le cose così come sono. E sulla terra nulla è veramente vero. Non ho dunque parlato senza ragione quando ho affermato che è vero che quaggiù nulla è vero. Come potrebbe infatti, figlio, qualcosa di veramente reale sorgere quaggiù? La verità è la virtù più perfetta, il Bene puro e incontaminato: ciò che non è contaminato dalla materia né avvolto da un corpo; ciò che è nudo, manifesto, immutabile e inalterabile. Le cose di quaggiù, invece, figlio, come puoi vedere, non sono capaci di accogliere questo Bene. Sono corruttibili, soggette alle passioni, dissolubili, mutevoli e continuamente trasformate le une nelle altre. Le cose che non rimangono vere neppure rispetto a se stesse, come potrebbero essere vere? Tutto ciò che muta è infatti falso, poiché non rimane ciò che è, ma, trasformandosi, presenta continuamente rappresentazioni differenti. Tat: Dunque neppure l’uomo è vero, padre? Ermete: In quanto uomo, non è vero, figlio. Vero è infatti ciò che possiede la propria costituzione da se stesso e permane in se stesso così come è. L’uomo, invece, è composto da molte cose e non rimane identico a se stesso: cambia e si trasforma passando da un’età all’altra e da una forma all’altra, e ciò mentre si trova ancora nel medesimo involucro corporeo. Molti genitori, trascorso poco tempo, non riconoscono più i propri figli, e allo stesso modo molti figli non riconoscono i genitori. Ciò che cambia al punto da non essere più riconoscibile, Tat, come potrebbe essere vero? Non è piuttosto falso, dal momento che attraverso le trasformazioni assume rappresentazioni sempre differenti? Considera dunque vero soltanto ciò che permane ed è eterno. L’uomo non permane sempre; pertanto non è vero: è una rappresentazione. Tat: Allora neppure i corpi eterni sono veri, padre, dal momento che anch’essi sono soggetti al mutamento? Ermete: Tutto ciò che è generato ed è soggetto a mutamento non è pienamente vero. Tuttavia, poiché i corpi eterni sono stati prodotti dal Progenitore e resi incorruttibili, è possibile che abbiano ricevuto da lui una realtà vera. Anche essi, però, possiedono qualcosa di falso nella misura in cui mutano, poiché nulla che non rimanga identico a se stesso può essere pienamente vero. Tat: Che cosa si potrebbe dunque chiamare vero, padre? Ermete: Fra tutte le altre realtà, soltanto il Sole, poiché, a differenza delle altre cose, non muta ma permane in se stesso. Per questo a lui solo è stato affidato il compito di produrre tutte le cose nel cosmo: governa tutto e produce tutto. Io lo venero e mi prostro dinanzi alla sua verità, riconoscendolo, dopo l’Uno e Primo, come demiurgo. Tat: Qual è dunque, padre, la Verità prima? Ermete: L’Uno e Solo, Tat: colui che non proviene dalla materia, che non è in un corpo, che è privo di colore e di configurazione, immutabile, inalterabile e che sempre è. Ciò che è falso, figlio, è destinato alla corruzione. La Provvidenza del Vero ha consegnato alla corruzione tutte le cose che si trovano sulla terra, le contiene nella corruzione e continuerà a contenerle. Senza corruzione, infatti, non potrebbe esservi generazione. A ogni generazione segue necessariamente la corruzione, affinché possa nuovamente avvenire una generazione. Ciò che viene generato nasce necessariamente da ciò che si corrompe; e ciò che nasce deve a sua volta corrompersi, affinché la generazione degli esseri non si arresti. Riconosci dunque nella corruzione un primo agente della generazione degli esseri. Le cose che nascono dalla corruzione sono necessariamente false, poiché diventano ora una cosa, ora un’altra. Non è possibile infatti che tornino a essere esattamente le stesse. E ciò che non rimane identico a se stesso, come potrebbe essere vero? Dobbiamo dunque chiamare queste realtà rappresentazioni, figlio, se vogliamo denominarle correttamente. L’uomo è rappresentazione dell’Uomo; il bambino, rappresentazione del Bambino; il giovane, rappresentazione del Giovane; l’uomo adulto, rappresentazione dell’Uomo adulto; il vecchio, rappresentazione del Vecchio. Infatti l’uomo non rimane sempre uomo nello stesso modo, né il bambino bambino, né il giovane giovane, né l’adulto adulto, né il vecchio vecchio. Le condizioni mutano continuamente, e la rappresentazione appartiene pertanto all’ambito del falso. Comprendi tuttavia anche questo, figlio: persino le attività di queste realtà false dipendono dall’alto, dalla Verità stessa. Se le cose stanno così, affermo dunque che il falso è un prodotto dell’attività della Verità. Ermete, dal discorso a Tat. Io, figlio, sia per amore degli uomini sia per pietà verso Dio, metto anzitutto per iscritto questo insegnamento. Non potrebbe infatti esservi forma più giusta di pietà che comprendere gli esseri e rendere grazie per essi a colui che li ha prodotti. E questo non smetterò mai di fare. Tat: Che cosa dovrebbe dunque fare un uomo, padre, se quaggiù non vi è nulla di vero, per condurre bene la propria vita? Ermete: Sii pio, figlio. Chi cerca di essere veramente pio giungerà al culmine della filosofia, poiché senza filosofia è impossibile raggiungere la pienezza della pietà. Colui che apprende che cosa sono gli esseri, come sono ordinati, da chi sono stati ordinati e per quale fine, renderà grazie per tutte le cose al Demiurgo, come a un buon padre, a un benevolo nutritore e a un custode fedele. E colui che rende grazie sarà pio. Chi è pio conoscerà anche dove si trovi la verità e che cosa essa sia; e quanto più apprenderà, tanto più diverrà pio. Mai infatti, figlio, un’anima che, pur trovandosi nel corpo, si sia alleggerita fino a giungere alla comprensione di ciò che è veramente Buono e Vero potrà nuovamente scivolare verso il contrario. Una volta che l’anima ha conosciuto il proprio Progenitore, viene presa da un amore straordinario, dimentica ogni male e non può più separarsi dal Bene. Questo, figlio, sia dunque il fine della pietà. Quando vi sarai giunto, vivrai bene e morirai felicemente, poiché la tua anima non ignorerà più verso dove debba spiccare nuovamente il volo. Questa soltanto, figlio, è la via verso la Verità: la percorsero anche i nostri predecessori e, seguendola, raggiunsero il Bene. È una via venerabile e piana, ma difficile da percorrere per l’anima finché si trova nel corpo. Anzitutto l’anima deve combattere contro se stessa, operare una grande separazione e fare in modo che una delle sue parti prevalga. La battaglia è infatti di uno contro due: l’uno cerca di fuggire verso l’alto, mentre gli altri due lo trascinano verso il basso. Fra loro sorgono discordia e molteplici conflitti: l’uno desidera fuggire, mentre gli altri cercano con forza di trattenerlo. La vittoria dell’uno e quella degli altri due non conducono allo stesso risultato. L’uno tende verso il Bene; gli altri dimorano fra i mali. L’uno desidera essere libero; gli altri amano la schiavitù. Se i due vengono vinti, rimangono affidati alle loro proprie funzioni, privati del dominio su colui che li governa. Se invece viene sconfitto l’uno, esso viene trascinato dai due e condotto, come punizione, alla vita di quaggiù. Questo insegnamento, figlio, è la guida lungo la via che conduce verso l’alto. Prima di giungere alla meta, figlio, devi anzitutto lasciare il corpo, vincere la lotta di questa vita e, dopo aver vinto, ascendere. SH 3 – Sull’anima Ogni anima è immortale ed è sempre in movimento. Abbiamo infatti detto nei Discorsi generali che alcuni movimenti derivano dalle attività (energeiai), altri dai corpi. Affermiamo inoltre che l’anima è generata da una determinata essenza e non dalla materia, poiché essa è incorporea e incorporea è anche l’essenza dalla quale proviene. Tutto ciò che è generato deve infatti necessariamente essere generato da qualcosa. Per tutte le realtà la cui generazione è seguita dalla corruzione devono necessariamente esservi due movimenti: quello dell’anima, mediante il quale il corpo viene mosso, e quello proprio del corpo, mediante il quale esso cresce, diminuisce e, quando giunge alla dissoluzione, si dissolve. Definisco questo come il movimento dei corpi corruttibili. L’anima, invece, è sempre in movimento, poiché muove continuamente se stessa e produce movimento anche in altro. Secondo questo ragionamento, dunque, ogni anima è immortale ed è sempre in movimento, poiché possiede come proprio movimento la sua stessa attività. Le forme dell’anima sono tre: divina, umana e irrazionale. L’anima divina è l’attività del corpo divino. Essa si muove infatti in esso e lo muove. Quando, liberata dagli esseri viventi mortali, si separa dalle proprie componenti irrazionali e procede verso il corpo divino, essendo per natura sempre in movimento, si muove in esso e ruota insieme con il Tutto. L’anima umana possiede qualcosa del divino, ma ad essa sono congiunte anche le componenti irrazionali: il desiderio (epithymia) e l’impulso irascibile (thymos). Anche queste sono immortali in quanto attività, sebbene siano attività connesse a corpi mortali. Per questo, quando la parte divina dell’anima si trova nel corpo divino, esse ne rimangono separate; quando invece quella parte entra in un corpo mortale, anche queste sopraggiungono e, mediante la loro presenza, si costituisce l’anima propriamente umana. L’anima degli esseri irrazionali è invece costituita dal desiderio e dall’impulso irascibile. Per questo tali esseri viventi vengono chiamati irrazionali, in quanto privi del logos dell’anima. Considera infine una quarta specie, quella relativa alle cose inanimate. Essa, trovandosi all’esterno dei corpi, agisce muovendoli. Questa attività potrebbe trovarsi nel corpo divino e, muovendosi in esso, muovere anche queste realtà come per movimento accessorio. SH 4 – Natura, attività e sensazione Tat: Hai esposto correttamente queste cose, padre; ma insegnami ancora questo. Hai detto altrove che la conoscenza e l’arte sono attività della parte razionale dell’anima. Ora però affermi che gli esseri viventi irrazionali sono e vengono chiamati tali perché privi della parte razionale. Secondo questo ragionamento, è dunque necessario che gli animali irrazionali non partecipino né della conoscenza né dell’arte, proprio perché sono privi della ragione. Ermete: Necessariamente, figlio. Tat: Come mai allora, padre, vediamo alcuni esseri irrazionali comportarsi come se possedessero conoscenza e arte? Le formiche, per esempio, accumulano il nutrimento per l’inverno; gli animali alati costruiscono i propri nidi; i quadrupedi riconoscono le proprie tane. Ermete: Queste cose, figlio, non le compiono per conoscenza né per arte, ma per natura. La conoscenza e l’arte possono infatti essere insegnate, mentre nessuno di questi esseri irrazionali riceve insegnamento. Ciò che avviene per natura viene prodotto mediante un’attività universale; ciò che avviene attraverso conoscenza e arte appartiene invece a coloro che hanno appreso, non indistintamente a tutti. Vi sono infatti azioni comuni a tutti gli uomini: per esempio, tutti gli uomini guardano verso l’alto. Ma non tutti gli uomini sono musicisti, né tutti sono arcieri, cacciatori o praticanti delle altre arti. Soltanto alcuni hanno appreso una determinata attività attraverso la conoscenza e l’arte. Allo stesso modo, se alcune formiche accumulassero il nutrimento e altre non lo facessero, avresti ragione di pensare che quelle che lo fanno agiscano mediante conoscenza e arte. Poiché invece tutte sono spinte dalla natura a comportarsi nello stesso modo, senza aver ricevuto alcun insegnamento, è evidente che non agiscono né per conoscenza né per arte. Le attività (energeiai), Tat, pur essendo incorporee, si trovano nei corpi e operano attraverso i corpi. Per questo, in quanto incorporee, dico che sono immortali; ma, poiché non possono esercitare la propria attività senza un corpo, affermo anche che si trovano sempre in un corpo. Le realtà prodotte in vista di qualcosa o per un determinato fine, essendo sottoposte alla Provvidenza e alla Necessità, non possono mai rimanere inattive rispetto alla propria attività. Ciò che è continuerà sempre a essere, poiché in ciò consistono anche il suo corpo e la sua vita. Da questo ragionamento consegue che anche la produzione dei corpi è permanente. Per questo affermo che la stessa incorporazione è un’attività eterna. Se infatti i corpi terrestri sono dissolubili, ma devono sempre esistere corpi come luoghi e strumenti delle attività; e se le attività sono immortali e ciò che è immortale esiste sempre, allora anche la produzione dei corpi è un’attività eterna. Le attività accompagnano l’anima, ma non sopraggiungono tutte nello stesso momento. Alcune operano insieme con l’anima fin dalla nascita dell’essere umano, soprattutto quelle connesse alle componenti irrazionali; le attività più pure, invece, con il progredire dell’età cooperano con la parte razionale dell’anima. Queste attività dipendono dai corpi. Le attività che producono i corpi discendono dai corpi divini verso quelli mortali, e ciascuna opera o sul corpo oppure sull’anima. Tuttavia esse non si associano all’anima stessa indipendentemente da un corpo. Le attività esistono sempre, mentre l’anima non si trova sempre in un corpo mortale: può infatti esistere anche senza di esso; le attività, invece, non possono operare senza corpi. Questo, figlio, è un discorso sacro. Un corpo non può costituirsi senza anima; può tuttavia continuare per un certo tempo a esistere dopo che l’anima se ne è separata. Quando l’anima abbandona il corpo, il corpo stesso continua infatti a permanere. Durante questo tempo esso è sottoposto all’attività che lo dissolve e lo rende progressivamente informe. Un corpo non potrebbe subire tali trasformazioni senza un’attività. Dunque una determinata attività permane nel corpo anche dopo che l’anima se ne è separata. Questa è anche la differenza fra un corpo immortale e un corpo mortale. Il corpo immortale è costituito da una materia unica; il corpo mortale non lo è. L’uno agisce, l’altro subisce. Ciò che agisce domina; ciò che subisce viene dominato. Ciò che domina, essendo capace di comando e libero, guida; ciò che è soggetto e servo viene trascinato. Le attività non operano soltanto sui corpi animati, ma anche su quelli che chiamiamo inanimati: legni, pietre e tutte le realtà analoghe. Esse li fanno crescere, portare frutto, maturare, corrompersi, fondersi, marcire, spezzarsi e subire tutte le altre trasformazioni che possono verificarsi nei corpi inanimati. Proprio questo, figlio, significa attività: ciò mediante cui qualcosa avviene. È necessario che continuamente qualcosa divenga, anzi che divengano molte cose; o, più precisamente, tutte le cose. Il cosmo, infatti, non rimane mai privo di esseri: muovendosi continuamente in se stesso, porta in grembo gli esseri, i quali, a loro volta, non saranno mai sottratti alla corruzione. Ogni attività deve pertanto essere concepita come sempre immortale, qualunque sia il corpo nel quale si esercita. Fra le attività, alcune appartengono ai corpi divini, altre ai corpi corruttibili; alcune sono universali, altre particolari; alcune appartengono ai generi, altre alle singole parti e ai singoli esseri. Sono divine le attività che operano nei corpi eterni; e sono perfette perché operano in corpi perfetti. Sono particolari quelle che operano attraverso i diversi generi degli esseri viventi; sono individuali quelle che agiscono su ciascun essere particolare. Questo ragionamento, figlio, conduce dunque alla conclusione che tutto è pieno di attività. Se infatti è necessario che le attività si trovino nei corpi e nel cosmo vi sono molti corpi, affermo che le attività sono ancora più numerose dei corpi. In un solo corpo, infatti, ve ne sono spesso una, due, tre o molte, oltre alle attività universali che lo accompagnano. Definisco universali le attività propriamente corporee che si manifestano attraverso le sensazioni e i movimenti; senza di esse il corpo non potrebbe sussistere. Vi sono poi le attività proprie dell’anima umana, che si manifestano attraverso le arti, le conoscenze, le occupazioni e le azioni. Alle attività seguono le sensazioni. O, per dirlo più precisamente, le sensazioni sono effetti e manifestazioni delle attività. Comprendi dunque, figlio, la differenza fra attività e sensazione. L’attività viene inviata dall’alto; la sensazione, invece, risiede nel corpo e trae dal corpo la propria consistenza. Ricevuta l’attività, la sensazione la rende manifesta, quasi dandole corpo. Per questo affermo che le sensazioni sono corporee e mortali: durano quanto dura il corpo, nascono insieme con esso e insieme con esso cessano. I corpi immortali, invece, non possiedono sensazione, perché sono costituiti da una sostanza di natura differente. La sensazione indica infatti un bene o un male che sopraggiunge al corpo oppure se ne allontana. Nei corpi eterni nulla sopraggiunge e nulla viene meno; per questo in essi non si produce sensazione. Tat: Dunque la sensazione si trova in ogni corpo? Ermete: In ogni corpo, figlio, e le attività operano in tutti. Tat: Anche nei corpi inanimati, padre? Ermete: Anche negli inanimati, figlio. Ma vi sono differenze fra le sensazioni. Quelle degli esseri razionali si producono insieme con il logos; quelle degli esseri irrazionali sono soltanto corporee. Anche negli esseri inanimati vi sono forme di sensazione, ma sono passive e si manifestano soltanto attraverso l’aumento e la diminuzione. Passione e sensazione dipendono da una medesima origine e convergono nella stessa realtà, mediante l’azione delle attività. Negli esseri viventi animati vi sono inoltre due altre condizioni che accompagnano sensazione e passione: dolore e piacere. Senza di esse è impossibile che un essere animato, soprattutto se razionale, faccia esperienza sensibile. [Le attività agiscono; le sensazioni rendono manifeste le attività.] Dolore e piacere, essendo condizioni corporee, vengono messi in movimento dalle parti irrazionali dell’anima. Per questo affermo che entrambi possono arrecare danno. Il piacere, producendo una sensazione accompagnata da godimento, può diventare immediatamente causa di molti mali per chi lo prova. Il dolore, a sua volta, produce sofferenze e tormenti ancora più forti. Perciò entrambi possono ragionevolmente essere considerati dannosi. Tat: La sensazione dell’anima e quella del corpo sarebbero dunque la stessa cosa, padre? Ermete: Che cosa intendi, figlio, quando parli di «sensazione dell’anima»? L’anima non è forse incorporea, mentre la sensazione appartiene al corpo? Tat: Se la sensazione si trova in un corpo, padre, non potrebbe essere anch’essa incorporea? Ermete: Se la ponessimo nel corpo come realtà incorporea, figlio, la renderemmo simile all’anima o alle attività, poiché diciamo che anche queste, pur essendo incorporee, si trovano nei corpi. Ma la sensazione non è né attività, né anima, né un’altra realtà incorporea oltre a quelle che abbiamo già ricordato. Non può dunque essere incorporea. E se non è incorporea, deve essere corporea: fra gli esseri, infatti, alcuni sono corporei e altri incorporei. SH 5 – I corpi eterni, i corpi mortali e il sonno Ermete, dai discorsi a Tat. Il Signore e Demiurgo dei corpi eterni, dopo averli prodotti una sola volta, non li produsse più e non li produce ora. Li affidò a se stessi, li unì reciprocamente e lasciò che si muovessero senza avere bisogno di altro, poiché sono eterni. Se hanno bisogno di qualcosa, hanno bisogno gli uni degli altri e non di un apporto esterno, poiché sono immortali. Era infatti necessario che i corpi prodotti da un tale Demiurgo avessero una natura di questo genere. Il nostro demiurgo, invece, trovandosi egli stesso in un corpo, produsse noi e continuamente produce e produrrà corpi dissolubili e mortali. Non gli era infatti consentito imitare integralmente il proprio Demiurgo; e, d’altra parte, ciò sarebbe stato impossibile. Il primo produsse a partire dalla prima essenza, che è incorporea; il secondo produce a partire dalla corporeità già generata. Secondo questo ragionamento, dunque, quei corpi, essendo stati generati da un’essenza incorporea, sono immortali. I nostri, invece, sono dissolubili e mortali, poiché la materia di cui siamo costituiti deriva da corpi ed è debole e bisognosa di continuo sostegno. Come potrebbe infatti la fragile compagine dei nostri corpi resistere, se non ricevesse continuamente nutrimento da elementi affini e se non venisse ogni giorno ricostituita corporalmente? In noi affluiscono terra, acqua, fuoco e aria che, rinnovando continuamente i nostri corpi, mantengono unito l’involucro corporeo. Anche rispetto al movimento siamo deboli: non siamo infatti capaci di sopportarlo ininterrottamente neppure per un’intera giornata. Sappi bene, figlio, che se durante la notte i nostri corpi non trovassero riposo, non riusciremmo a resistere neppure per un solo giorno. Per questo il Demiurgo, essendo buono e conoscendo anticipatamente tutte le cose, produsse il sonno per la conservazione dell’essere vivente, come grandissimo ⟨ristoro⟩ dalla fatica del movimento. Assegnò a ciascuna attività il proprio tempo e concesse al riposo una parte considerevole. Comprendi dunque, figlio, quanto grande sia l’attività del sonno: essa è opposta all’attività dell’anima, ma non per questo è inferiore. Come infatti l’anima è attività di movimento, così i corpi non possono vivere senza sonno. Il sonno è rilassamento e liberazione delle membra congiunte e opera dall’interno trasformando in corpo la materia introdotta e distribuendo a ciascuna parte ciò che le è proprio: l’acqua al sangue, la terra alle ossa e ai midolli, l’aria ai nervi e alle vene, il fuoco alla vista. Per questo il corpo prova un grandissimo piacere quando il sonno esercita su di esso questa attività. SH 6 – I trentasei decani Tat: Nei precedenti Discorsi generali mi hai promesso di spiegarmi i trentasei decani e la loro attività. Parlami dunque ora di essi. Ermete: Non te lo negherò per gelosia, Tat. Questo potrebbe anzi essere il più importante e culminante di tutti i discorsi. Comprendi dunque. Ti abbiamo già parlato del cerchio zodiacale, detto anche zooforo, dei cinque pianeti, del Sole e della Luna e del cerchio proprio di ciascuno di essi. Tat: Ricordo, Trismegisto. Ermete: Voglio dunque che, ricordando quelle cose, tu comprenda allo stesso modo anche i trentasei decani; così anche il discorso che li riguarda ti sarà più facilmente comprensibile. Abbiamo detto, figlio, che esiste un corpo che contiene tutte le cose. Concepiscilo dunque come avente forma circolare, perché tale è la forma del Tutto. Tat: Lo concepisco con una forma di questo genere, come dici, padre. Ermete: Al di sotto del cerchio di questo corpo sono disposti i trentasei decani, posti fra il cerchio del Tutto e quello zodiacale. Essi delimitano entrambi i cerchi, sostenendo in qualche modo quello superiore e circoscrivendo quello zodiacale. Essi si muovono insieme con gli astri erranti e possiedono una forza commisurata al movimento del Tutto, alternandosi con i sette. Trattengono il corpo che contiene tutte le cose […] e accelerano gli altri sette cerchi, poiché questi si muovono più lentamente del cerchio del Tutto. [Il passo è testualmente difficile e in parte corrotto.] Bisogna dunque concepirli […] come custodi di tutte le cose che sono nel cosmo, poiché contengono e sorvegliano tutto e mantengono il buon ordine dell’universo. Tat: Così li comprendo, padre, da ciò che dici. Essi sono inoltre esenti dalle condizioni cui sono soggetti gli altri astri. Non vengono arrestati durante il proprio percorso, né, se ostacolati, retrocedono; non vengono neppure nascosti dalla luce del Sole, come accade agli altri astri. Essendo liberi e posti al di sopra di tutte le cose, come vigili custodi e sorveglianti del Tutto, circondano l’universo nel corso del giorno e della notte. Tat: Possiedono dunque anch’essi un’attività che agisce su di noi, padre? Ermete: La più grande, figlio. Se esercitano la propria attività su quelle realtà superiori, come potrebbero non esercitarla anche su di noi, sia individualmente sia collettivamente? Da essi derivano infatti gli effetti che riguardano gli eventi generali: cambiamenti di re, rivolte delle città, carestie, epidemie, riflussi del mare e terremoti. Nessuno di questi avvenimenti, figlio, si verifica senza l’attività dei decani. Considera inoltre questo. Se essi governano i sette e noi siamo sottoposti ai sette, non comprendi che una parte della loro attività giunge anche fino a noi, direttamente […] oppure per mezzo di quelli? [La formulazione greca del passaggio è incerta.] Tat: Qual è dunque, padre, la forma corporea di questi esseri? Ermete: La maggior parte degli uomini li chiama dèmoni (daimones). Ma i dèmoni non costituiscono un genere separato dotato di corpi propri derivanti da una materia particolare, né sono mossi da un’anima come noi. Essi sono piuttosto attività dei trentasei dèi, cioè dei decani. Comprendi inoltre, Tat, un’altra loro attività. Essi seminano sulla terra determinate realtà chiamate […] [termine greco oscuro], alcune salutari e altre estremamente distruttive. Muovendosi nel cielo, generano inoltre astri subordinati, che stanno al loro servizio come assistenti e soldati. Questi astri subordinati, sospesi nell’etere e ordinati sotto la loro autorità, riempiono quello spazio affinché nessuna regione superiore rimanga priva di astri e cooperano all’ornamento del Tutto. Possiedono una propria attività, ma subordinata a quella dei trentasei decani. Da essi derivano, nelle diverse regioni, distruzioni di esseri viventi e proliferazioni di animali dannosi ai raccolti. Sotto di essi si trova inoltre la costellazione chiamata Orsa, costituita da sette stelle, alla quale corrisponde un’altra Orsa. L’attività dell’Orsa è simile a quella di un asse. Essa non tramonta né sorge, ma rimane nella stessa regione ruotando intorno al medesimo punto […] e consegna l’intero cosmo dalla notte al giorno e dal giorno alla notte. Dopo di essa vi è un altro coro di astri, ai quali non abbiamo ritenuto necessario attribuire nomi. Coloro che verranno dopo di noi, imitandoci, assegneranno anch’essi dei nomi a questi astri. Al di sotto della Luna esistono poi altri astri, corruttibili e inattivi, che sussistono soltanto per breve tempo. Essi sorgono dalla terra come esalazioni nell’aria sovrastante e noi stessi li vediamo dissolversi. La loro natura è simile a quella degli esseri terrestri inutili, generati soltanto per perire, come mosche, pulci, vermi e animali simili. Questi, Tat, non arrecano utilità né a noi né al cosmo, ma piuttosto molestia e turbamento, essendo prodotti accessori della natura, generati per sovrabbondanza. Allo stesso modo gli astri prodotti dalle esalazioni terrestri non raggiungono la regione superiore, perché sorgono dal basso e non possono elevarsi fino ad essa. Essendo appesantiti dalla materia che contengono, vengono trascinati verso il basso, rapidamente dispersi e, una volta dissolti, ricadono sulla terra senza aver prodotto altro effetto che un turbamento nell’aria terrestre. Vi è poi un’altra specie, Tat: quella degli astri chiamati comete. Essi appaiono in determinati momenti e poco dopo tornano invisibili. Non sorgono, non tramontano e non si dissolvono, ma diventano messaggeri e araldi visibili di eventi generali destinati ad accadere. Occupano la regione situata al di sotto del cerchio del Sole. Quando dunque qualcosa sta per verificarsi nel cosmo, essi appaiono e, dopo essere rimasti visibili per alcuni giorni, ritornano sotto il cerchio del Sole e diventano nuovamente invisibili. Alcuni appaiono a oriente, altri a nord, altri a sud-ovest, altri a sud. Li abbiamo chiamati indovini o profeti degli eventi. Questa è dunque la natura di tali astri. Bisogna tuttavia distinguere gli asteres dagli astra. Gli asteres sono quelli sospesi nel cielo; gli astra sono invece quelli inseriti nel corpo stesso del cielo e trascinati insieme con esso. Fra questi ultimi abbiamo denominato i dodici segni dello Zodiaco. Colui che non ignora queste cose può conoscere Dio con precisione e, se è lecito osare dirlo, può persino diventare testimone oculare di Dio; e, dopo averlo contemplato, diventare beato. Tat: Veramente beato, padre, colui che lo abbia contemplato. Ermete: Ma è impossibile, figlio, che chi si trova ancora in un corpo raggiunga pienamente tale condizione. Bisogna tuttavia esercitare anticipatamente l’anima quaggiù, affinché, giunta là dove le sarà possibile contemplarlo, non smarrisca la via. Gli uomini eccessivamente legati al corpo non potranno mai contemplare la visione del Bello e del Bene. Che genere di bellezza potrebbe essere, figlio, quella che non possiede né configurazione, né colore, né corpo? Tat: Può dunque esservi qualcosa di bello privo di tutte queste cose, padre? Ermete: Dio soltanto, figlio; o piuttosto ciò che è ancora più grande del nome “Dio”. SH 7 – Sulla Giustizia Vi è, figlio, una grandissima potenza divina (daimōn), posta nel mezzo del Tutto, che osserva tutte le azioni compiute dagli uomini sulla terra. Come nell’ordine divino sono state stabilite la Provvidenza e la Necessità, così fra gli uomini è stata stabilita la Giustizia (Dikē), che esercita una funzione analoga. Provvidenza e Necessità mantengono infatti l’ordine delle realtà divine, le quali non vogliono né possono deviare. È impossibile che il divino erri: proprio da ciò deriva la sua incapacità di commettere errore. La Giustizia è stata invece posta come punritrice degli errori degli uomini sulla terra. Il genere umano […]. [In questo punto il testo è lacunoso.] Poiché gli uomini sono mortali e costituiti da una materia soggetta al male, sono particolarmente inclini all’errore, soprattutto quando non possiedono la capacità di contemplare il divino. Su costoro soprattutto esercita il proprio potere la Giustizia. Gli uomini sono sottoposti al Destino a causa delle attività connesse alla loro nascita; alla Giustizia, invece, a causa degli errori commessi durante la vita. SH 8 – Provvidenza, Necessità e Destino Tat: Hai esposto correttamente queste cose, padre; ma ricordami ancora quali realtà dipendano dalla Provvidenza, quali dalla Necessità e quali dal Destino. Ermete: Ho detto, Tat, che in noi vi sono tre generi di realtà incorporee. Il primo è intelligibile: privo di colore, privo di configurazione, incorporeo e proveniente dalla prima essenza intelligibile. Vi sono poi in noi configurazioni opposte a questa […]. Ciò che viene mosso dall’essenza intelligibile secondo un determinato logos, una volta ricevuto il movimento, si trasforma immediatamente in un’altra forma di movimento. Questa realtà è come un’immagine del pensiero del Demiurgo. [Il passo è testualmente difficile e la relazione sintattica fra i diversi elementi non è del tutto sicura.] Il terzo genere delle realtà incorporee è costituito dagli accidenti relativi ai corpi: luogo, tempo, movimento, configurazione, superficie, grandezza e forma. Fra questi vi sono due differenze. Alcuni sono qualità considerate in se stesse; altri sono qualità realizzate nel corpo. Le prime comprendono configurazione, colore, forma, luogo, tempo e movimento. Le altre sono la configurazione configurata, il colore presente in qualcosa di colorato, la forma presente in qualcosa di formato, la superficie e la grandezza: il corpo partecipa di queste realtà. L’essenza intelligibile, trovandosi presso Dio, possiede potere su se stessa e, conservando se stessa, può conservare anche altro, poiché non è sottoposta alla Necessità. Quando però viene lasciata da Dio, sceglie la natura corporea — e anche questa scelta avviene secondo la Provvidenza — e diviene così appartenente a questo cosmo. Tutto ciò che è irrazionale viene mosso verso un determinato logos. Il logos appartiene alla Provvidenza; ciò che è irrazionale appartiene alla Necessità; gli accidenti che riguardano il corpo appartengono al Destino. Questo è dunque il discorso relativo alle cose che avvengono secondo Provvidenza, Necessità e Destino. SH 9 – Sulla materia Ermete, dai discorsi a Tat. La materia, figlio, è venuta all’essere e tuttavia preesisteva. La materia è infatti il ricettacolo della generazione, mentre la generazione costituisce l’ambito dell’attività di colui che è ingenerato e preesiste, cioè Dio. Ricevuto il seme della generazione, la materia venne all’essere; divenne mutevole e, mentre veniva plasmata, assunse forme. Sulle sue trasformazioni presiede infatti la potenza demiurgica, che configura le forme assunte dalla materia nel suo mutamento. La condizione ingenerata della materia consisteva dunque nella sua assenza di forma. La sua generazione consiste invece nell’essere posta in attività. SH 10 – I tre tempi Ermete, dai discorsi a Tat. Lo stesso si deve comprendere riguardo ai tre tempi. Essi infatti non esistono ciascuno separatamente, ma neppure sono semplicemente uniti. E, tuttavia, allo stesso tempo, sono uniti e ciascuno esiste in quanto distinto. Se pensi che il presente possa esistere separatamente dal passato, è impossibile che esso sia presente senza diventare nello stesso momento passato. Il presente nasce infatti da ciò che è trascorso, e dal presente procede il futuro. Se bisogna esaminare ancora più attentamente la questione, ragioniamo in questo modo. Il tempo passato è passato nella condizione del non-essere-più. Il futuro non esiste ancora, perché non è ancora presente. Ma neppure il presente può realmente permanere come presente, perché non rimane. Ciò che non sta fermo neppure per un istante e non possiede la stabilità di un centro, come potrebbe propriamente essere chiamato «presente», se non è capace di fermarsi? D’altra parte, il passato, congiungendosi al presente, e il presente, congiungendosi al futuro, diventano uno. Non sono infatti reciprocamente separati, poiché sono uniti attraverso identità, unità e continuità. Così il tempo, pur essendo uno e medesimo, è contemporaneamente continuo e distinto. SH 11 – Kephalaia / Sentenze fondamentali Ora, figlio, esporrò gli esseri attraverso proposizioni fondamentali (kephalaia). Comprenderai ciò che viene detto se conserverai nella memoria ciò che hai già ascoltato. Tutti gli esseri sono in movimento; soltanto il non-essere è immobile. Ogni corpo è mutevole; non ogni corpo è dissolubile. Alcuni corpi sono dissolubili. Non ogni essere vivente è mortale; non ogni essere vivente è immortale. Ciò che è dissolubile è corruttibile. Ciò che permane immutabile è eterno. Ciò che continuamente viene generato continuamente si corrompe; ciò che è stato generato una sola volta non si corrompe mai né diviene altro da ciò che è. Primo è Dio; secondo il cosmo; terzo l’uomo. Il cosmo è per l’uomo; l’uomo è per Dio. Dell’anima, la parte sensitiva è mortale; la parte razionale è immortale. Ogni essenza è immortale. Ogni essenza è mutevole. Tutto ciò che è possiede una duplicità. Nulla di ciò che è rimane immobile. Non tutto viene mosso dall’anima; ma l’anima muove tutto ciò che è. Tutto ciò che patisce sente; tutto ciò che sente patisce. Tutto ciò che prova dolore prova anche piacere — questo appartiene all’essere vivente mortale. Non tutto ciò che prova piacere prova dolore — questo appartiene all’essere vivente eterno. Non ogni corpo si ammala; ogni corpo che si ammala è dissolubile. L’Intelletto (Nous) è in Dio. Il ragionamento (logismos) è nell’uomo. Il ragionamento è nell’Intelletto. L’Intelletto è impassibile. Nulla di ciò che è nel corpo è pienamente vero; nell’incorporeo tutto è privo di falsità. Tutto ciò che è generato è mutevole; non tutto ciò che è generato è corruttibile. Nulla è buono sulla terra; nulla è cattivo nel cielo. Dio è buono; l’uomo è cattivo. Il bene è volontario; il male è involontario. Gli dèi scelgono le cose buone in quanto buone […]. [In questo punto seguono alcune massime trasmesse in forma gravemente corrotta; il loro significato non può essere ricostruito con sufficiente sicurezza.] Tutto ciò che è nel cielo è stabile nella propria sede; tutto ciò che è sulla terra è soggetto a spostamento e mutamento. Nulla nel cielo è schiavo; nulla sulla terra è pienamente libero. Nulla nel cielo è sconosciuto; nulla sulla terra è pienamente conoscibile. Le realtà del cielo non comunicano con quelle della terra; quelle della terra comunicano con quelle del cielo. Tutto ciò che è nel cielo è irreprensibile; tutto ciò che è sulla terra è soggetto a biasimo. L’immortale non è mortale; il mortale non è immortale. Ciò che viene seminato non necessariamente viene generato; ciò che viene generato, invece, è necessariamente stato seminato. Il corpo dissolubile possiede due tempi: quello che va dalla semina alla generazione e quello che va dalla generazione alla morte. Il corpo eterno possiede un solo tempo, quello che procede dalla sua generazione. I corpi dissolubili crescono e diminuiscono. La materia dissolubile si trasforma nei contrari, cioè nella corruzione e nella generazione; la materia eterna si trasforma in se stessa o in realtà simili a se stessa. La generazione dell’uomo è principio della sua corruzione; la corruzione dell’uomo è principio di una nuova generazione. Ciò che scompare viene nuovamente all’essere; ciò che viene all’essere scompare. Fra gli esseri, alcuni sono nei corpi, altri nelle forme, altri nelle attività. Il corpo è nelle forme; la forma e l’attività sono nel corpo. L’immortale non partecipa del mortale; il mortale partecipa dell’immortale. Il mortale non entra in un corpo immortale; l’immortale può invece giungere in un corpo mortale. Le attività non tendono verso l’alto, ma verso il basso. Nulla di ciò che è sulla terra reca beneficio alle realtà celesti; tutte le realtà celesti recano beneficio a quelle terrestri. Il cielo è ricettacolo dei corpi eterni; la terra è ricettacolo dei corpi corruttibili. La terra è irrazionale; il cielo è razionale. [Segue una massima testualmente corrotta relativa al rapporto fra le realtà celesti e quelle terrestri.] Il cielo è il primo elemento; la terra è l’ultimo elemento. La Provvidenza è ordine divino. La Necessità è servitrice della Provvidenza. La Fortuna (Tychē) è un movimento disordinato, immagine dell’attività e falsa opinione. Che cos’è Dio? Un Bene immutabile. Che cos’è l’uomo? Un male mutevole. Se ricorderai questi kephalaia e ciò che ti ho esposto più diffusamente nei discorsi precedenti, potrai facilmente richiamare tutto alla memoria, poiché queste proposizioni ne costituiscono le sintesi. Evita tuttavia di discutere queste cose con la moltitudine. Non voglio privartene per gelosia; piuttosto, agli occhi dei molti appariresti ridicolo. Il simile infatti si associa al simile, mentre ciò che è dissimile non diviene amico di ciò che gli è dissimile. Questi discorsi hanno pochissimi ascoltatori; forse non avranno neppure quei pochi. Possiedono inoltre una particolare caratteristica: possono spingere ancora di più i malvagi verso la malvagità. Bisogna quindi custodirli dalla moltitudine, che non comprende il valore di ciò che viene detto. Tat: Come dici questo, padre? Ermete: In questo modo, figlio. L’intero genere umano è particolarmente incline al male e cresce insieme con esso; per questo se ne compiace. Se l’uomo venisse a sapere che il cosmo è generato e che tutte le cose avvengono secondo Provvidenza e Necessità, mentre il Destino governa gli eventi, non diventerebbe forse molto peggiore di quanto già sia? Disprezzerebbe infatti il Tutto perché generato e attribuirebbe al Destino le cause del male; e così non si asterrebbe da alcuna azione malvagia. Bisogna dunque custodire questi insegnamenti da costoro, affinché, rimanendo nell’ignoranza, siano almeno meno malvagi per timore di ciò che non conoscono. SH 12 – Provvidenza, Necessità e Destino Ermete, dai discorsi ad Ammone. Tutte le cose avvengono secondo natura e secondo Destino, e non esiste luogo privo della Provvidenza. La Provvidenza (Pronoia) è il logos autosufficiente del Dio celeste; da essa derivano due potenze connaturate: la Necessità (Anankē) e il Destino (Heimarmenē). Il Destino è al servizio della Provvidenza e della Necessità; del Destino, a loro volta, sono servitori gli astri. Nessuno può infatti sfuggire al Destino, né sottrarsi alla potenza degli astri. Gli astri sono gli strumenti del Destino: secondo esso portano a compimento tutte le cose, tanto nella natura quanto fra gli uomini. SH 13 – Sulla Necessità Ermete, dai discorsi ad Ammone. La Necessità è una determinazione salda e una potenza immutabile della Provvidenza. SH 14 – Sul governo del Tutto Ermete, dai discorsi ad Ammone. La Provvidenza è ciò che governa l’intero cosmo; la Necessità è ciò che lo tiene insieme e lo contiene; il Destino conduce e trascina tutte le cose, costringendole, poiché è proprio della sua natura esercitare costrizione. Esso è causa della generazione e della corruzione. Il cosmo, dunque, riceve per primo la Provvidenza. La Provvidenza si estende nel cielo, perché intorno ad esso ruotano e si muovono gli dèi, dotati di un movimento instancabile e incessante. Il Destino opera invece secondo Necessità. La Provvidenza provvede anticipatamente; il Destino è causa della disposizione degli astri. Questo è il legge inevitabile secondo la quale tutte le cose sono state ordinate. SH 15 – Movimento, natura e generazione Ermete, dai discorsi ad Ammone. Ciò che viene mosso si muove secondo l’attività del movimento che muove il Tutto. La natura del Tutto conferisce infatti al Tutto due movimenti: uno secondo la propria potenza, l’altro secondo la propria attività. Il primo attraversa l’intero cosmo e lo tiene unito dall’interno; il secondo si estende all’esterno e lo avvolge. Entrambi percorrono insieme tutte le cose. La natura di tutte le cose, facendo germogliare ciò che viene all’essere, conferisce crescita a ciò che nasce: semina i propri semi e dispone di una materia capace di movimento. La materia, messa in movimento, si riscalda e diviene fuoco e acqua: il fuoco è vigoroso e attivo, l’acqua passiva. Il fuoco, opponendosi all’acqua, ne disseccò una parte, e si produsse la terra, sostenuta dall’acqua. Dal progressivo disseccamento si produsse un vapore dai tre elementi — acqua, terra e fuoco — e da questo ebbe origine l’aria. Queste realtà si unirono secondo il logos dell’armonia: il caldo con il freddo, il secco con l’umido. Dal loro concorde respirare nacquero il pneuma e il seme, proporzionato al pneuma che lo circonda. Quando questo entra nella matrice, non rimane inattivo nel seme. Essendo in movimento, trasforma il seme; e il seme, trasformandosi, acquista crescita e grandezza. Con la grandezza assume l’immagine di una configurazione e viene configurato. Sulla configurazione si posa la forma (eidos), attraverso la quale ciò che viene formato riceve la propria forma. Poiché nella matrice il pneuma non possiede ancora il movimento vitale, ma soltanto quello vegetativo e accrescitivo, l’armonia organizza anche questo movimento affinché divenga ricettacolo della vita intellettiva. Questa vita è indivisibile e immutabile e non si allontana mai dalla propria immutabilità. Ciò che si trova nella matrice viene portato a gestazione secondo numeri determinati, viene condotto al parto e infine introdotto nell’aria esterna. L’anima più prossima si unisce allora al nuovo essere, non in virtù di una parentela naturale, ma secondo ciò che è stato stabilito dal Destino. L’anima non desidera infatti, per propria natura, trovarsi con un corpo. È dunque secondo Destino che essa conferisce al nuovo essere il movimento intellettivo e l’essenza intelligibile della vita: penetra insieme con il pneuma e lo muove vitalmente. SH 16 – L’anima e il corpo L’anima è un’essenza incorporea; anche quando si trova in un corpo non abbandona la propria natura essenziale. Per essenza essa è sempre in movimento; secondo l’intellezione si muove da se stessa. Non viene propriamente mossa in qualcosa, né verso qualcosa, né in vista di qualcosa, poiché è anteriore per potenza, e ciò che è anteriore non dipende da ciò che viene dopo. «In qualcosa» riguarda il luogo, il tempo e la natura. «Verso qualcosa» riguarda l’armonia, la forma e la configurazione. «In vista di qualcosa» riguarda il corpo. È infatti in relazione al corpo che esistono tempo, luogo e natura. Tutte queste realtà partecipano reciprocamente per una naturale affinità. Il corpo ha infatti bisogno del luogo, poiché è impossibile che un corpo sussista senza luogo; ed è sottoposto per natura al mutamento. Non vi può essere mutamento senza tempo e senza movimento naturale, né può esservi costituzione corporea senza armonia. Il luogo esiste dunque in funzione del corpo: accogliendo i mutamenti del corpo, impedisce che ciò che muta venga annientato. Il corpo, passando da una condizione a un’altra, perde una determinata disposizione, ma non perde per questo la propria consistenza corporea; trasformandosi in altro, assume la disposizione propria di ciò in cui si è trasformato. Il corpo, in quanto corpo, rimane corpo; ciò che non permane è la sua particolare disposizione. Il corpo muta dunque secondo le proprie disposizioni. Il luogo, il tempo e il movimento naturale sono incorporei. Ciascuna di queste realtà possiede una propria caratteristica: del luogo è proprio accogliere; del tempo, l’intervallo e il numero; della natura, il movimento; dell’armonia, l’unione; del corpo, il mutamento; dell’anima, l’intellezione secondo la propria essenza. SH 17 – Le componenti dell’anima e le virtù Ermete ad Ammone. L’anima è un’essenza autosufficiente. All’inizio essa scelse una vita soggetta al Destino e attirò a sé un logos affine alla materia, contenente impulso irascibile (thymos) e desiderio (epithymia). L’impulso irascibile appartiene alla dimensione materiale. Quando esso acquisisce una disposizione conforme al pensiero dell’anima, diviene coraggio e non viene più trascinato dalla viltà. Il desiderio, a sua volta, quando acquista una disposizione conforme al ragionamento dell’anima, diviene temperanza e non viene mosso dal piacere. Il ragionamento colma infatti ciò che manca al desiderio. Quando impulso irascibile e desiderio sono concordi, assumono una disposizione equilibrata e rimangono entrambi sottoposti al ragionamento dell’anima, nasce la giustizia. La loro disposizione equilibrata elimina infatti l’eccesso dell’impulso irascibile e compensa la mancanza propria del desiderio. Principio di queste realtà è l’essenza intellettiva, che appartiene a se stessa e permane nel proprio logos comprensivo, esercitando dominio sul proprio logos. L’essenza governa e dirige come un sovrano; il suo logos opera come un consigliere. Il logos comprensivo dell’essenza è conoscenza dei ragionamenti che conferiscono a ciò che è irrazionale una certa immagine della ragione. Tale immagine è debole se confrontata con il vero ragionamento, ma è pur sempre ragione se confrontata con ciò che è irrazionale, come l’eco rispetto alla voce e il chiarore della Luna rispetto alla luce del Sole. Impulso irascibile e desiderio vengono così armonizzati da un certo ragionamento; si attraggono reciprocamente e attirano in se stessi il movimento circolare dell’intelligenza. SH 18 – Essenza, ragione, pensiero e libertà Vi sono dunque essenza, logos, pensiero (noēma) e intelligenza discorsiva (dianoia). Anche opinione e sensazione tendono verso la dianoia. Il logos tende verso l’essenza; il pensiero vi tende attraverso il logos; il pensiero si intreccia con la dianoia. Passando reciprocamente l’uno attraverso l’altra, essi diventano una sola forma: questa è la forma dell’anima. Anche opinione e sensazione si dirigono verso la dianoia, ma non rimangono sempre nella medesima condizione. Ora eccedono, ora vengono meno, ora discordano da se stesse. Quando si separano dalla dianoia diventano peggiori; quando invece la seguono e le obbediscono, partecipano, attraverso l’apprendimento, al logos intelligibile. Noi possediamo la facoltà di scegliere. Dipende da noi scegliere ciò che è migliore; analogamente possiamo scegliere ciò che è peggiore, sebbene in questo caso la scelta tenda verso ciò che è involontario. Quando la scelta si lega ai mali, si avvicina alla natura corporea; per questo il Destino esercita il proprio dominio su chi sceglie in tale direzione. L’essenza intelligibile che è in noi possiede invece autonomia e rimane sempre identica e nella medesima condizione. Per questo il Destino non può raggiungerla. Quando però essa lascia procedere il primo logos intellettivo proveniente dal Dio primo, accoglie anche l’intero logos che la natura ha disposto per le realtà generate. Partecipando a queste realtà, l’anima partecipa anche ai loro destini, pur non appartenendo, nella propria essenza, alla natura delle cose generate. SH 19 – L’anima come essenza intellettiva L’anima è un’essenza intellettiva eterna; possiede come proprio pensiero il proprio logos. Quando è unita alla dianoia partecipa dell’armonia; quando viene liberata dal corpo naturale rimane in se stessa e appartiene pienamente a se stessa nel mondo intelligibile. Essa governa il proprio logos, portando un movimento simile al proprio pensiero. Questo movimento, quando viene comunicato a ciò che entra nella vita, prende il nome di vita. È infatti proprio dell’anima comunicare ad altro qualcosa di simile alla propria caratteristica essenziale. Vi sono dunque due vite e due movimenti: uno secondo l’essenza; l’altro secondo la natura del corpo. Il primo è più universale, il secondo più particolare. Il movimento secondo l’essenza è autonomo; quello del corpo è sottoposto alla necessità. Tutto ciò che viene mosso è infatti soggetto alla necessità di ciò che lo muove; il movimento che muove l’anima, invece, è affine all’amore per l’essenza intelligibile. L’anima è dunque incorporea e non partecipa, in quanto tale, del corpo naturale. Se fosse corpo non possiederebbe né logos né intellezione, poiché ogni corpo, considerato in se stesso, è privo di pensiero. Quando un corpo partecipa dell’essenza, diviene un essere vivente dotato di pneuma. Il pneuma appartiene al corpo; il logos appartiene all’essenza. Il logos contempla il Bello; il pneuma sensitivo giudica ciò che appare. Il pneuma sensitivo si divide nei diversi sensi corporei: visione, udito, olfatto, gusto e tatto. Quando questo pneuma è proporzionato alla dianoia, giudica ciò che percepisce; altrimenti produce soltanto rappresentazioni. Esso appartiene al corpo ed è ricettivo di tutte le impressioni; il logos, invece, appartiene all’essenza ed è ciò che pensa. Al logos è congiunta la conoscenza delle realtà degne e superiori; al pneuma è congiunta l’opinione. Il pneuma riceve la propria attività dal cosmo circostante; la conoscenza, invece, trae la propria attività da se stessa. SH 20 – L’anima come principio della vita L’anima è un’essenza incorporea; se possedesse un corpo, non potrebbe più conservarsi mediante se stessa. Ogni corpo ha bisogno dell’essere e ha bisogno di una vita ordinata. A tutto ciò che ha una generazione deve infatti seguire anche un mutamento. Ciò che viene generato acquista grandezza; alla crescita segue la diminuzione e alla diminuzione la corruzione. Il corpo vive partecipando di una forma di vita e partecipa dell’essere attraverso l’anima. Ciò che è causa dell’essere per un’altra realtà deve esso stesso preesistere. Per «essere» intendo qui il venire all’esistenza secondo un logos e il partecipare di una vita intellettiva. È l’anima che conferisce la vita intellettiva. Un essere viene chiamato vivente a causa della vita, razionale a causa della sua componente intellettiva, mortale a causa del corpo. L’anima è dunque incorporea e possiede una potenza che non viene meno. Come sarebbe possibile parlare di un essere vivente se non esistesse un’essenza capace di conferirgli vita? E come si potrebbe chiamarlo razionale se non esistesse un’essenza intellettiva capace di conferirgli una vita intelligibile? L’intelletto, tuttavia, non si manifesta allo stesso modo in tutti, a causa della diversa costituzione armonica dei corpi. Se nella costituzione corporea prevale il caldo, l’essere diviene leggero e ardente; se prevale il freddo, diviene pesante e lento. La natura accorda infatti la costituzione del corpo all’armonia. Tre sono le principali forme di questa armonia: quella dominata dal caldo, quella dominata dal freddo e quella intermedia. La natura armonizza inoltre il corpo secondo l’astro che prevale nella mescolanza degli astri. L’anima, ricevuto il corpo che le è assegnato dal Destino, conferisce vita a quest’opera della natura. La natura rende l’armonia del corpo simile alla mescolanza degli astri e unifica le molte componenti del corpo con l’armonia astrale, affinché fra esse vi sia simpatia. Il fine dell’armonia degli astri consiste infatti nel produrre, secondo il Destino, una simpatia reciproca. SH 21 – Il principio preesistente e il Sole Esiste ciò che preesiste a tutti gli esseri e alle realtà che sono veramente. Proprio perché preesiste, attraverso di esso viene concepita quell’essenzialità universale che è comune alle realtà realmente esistenti e a quelle che vengono concepite in se stesse. Opposta ad esse, secondo l’alterità, vi è la natura, essenza sensibile che contiene in sé tutte le realtà sensibili. Fra questi due livelli vi sono dèi intelligibili e dèi sensibili […]. Alcuni partecipano delle realtà intelligibili, altri appartengono all’ambito dell’opinione, altri ancora partecipano degli dèi intellettivi. Essi sono immagini di pensieri divini. Così il Sole è immagine del Dio demiurgico celeste: come quello ha creato il Tutto, così il Sole produce gli esseri viventi, genera le piante e governa i pneumi. SH 22 – Aphrodite: sulla somiglianza dei figli ai genitori Ermete, dall’opera intitolata Aphrodite. Esporrò la ragione per cui i bambini somigliano ai propri genitori o manifestano caratteristiche riconducibili ai loro antenati. Quando, dal sangue destinato alla generazione che viene reso schiumoso, la natura accumula il seme, avviene che da tutto il corpo venga emanata, secondo un’attività divina, una certa essenza delle membra, come se l’intero essere umano venisse riprodotto. È ragionevole supporre che lo stesso avvenga anche nella donna. Quando prevale ciò che proviene dall’uomo e rimane integro, il bambino risulta simile al padre; quando prevale ciò che proviene dalla donna, risulta allo stesso modo simile alla madre. Se prevale invece ciò che proviene da una determinata parte del corpo, il bambino manifesterà una particolare somiglianza proprio con quella parte. Talvolta il bambino riproduce persino l’aspetto di un antenato appartenente a una generazione molto lontana. Ciò avviene quando il decano che presiede all’ora nella quale avviene la generazione possiede una relazione con quell’antica configurazione. SH 23 – Korē Kosmou – La Pupilla del Mondo Da Ermete Trismegisto, dal libro sacro chiamato Korē Kosmou. Dopo aver detto queste cose, Iside versò a Horus una dolce bevanda, la prima ambrosia che le anime sono solite ricevere dagli dèi, e così cominciò il santissimo discorso: «Figlio Horus, poiché il cielo dalle molte corone sovrasta tutta la natura inferiore e non vi è alcuna regione del cosmo priva di ciò che ora il Tutto possiede, è necessario che tutta la natura sottostante venga ordinata e colmata dalle realtà superiori. Non potrebbero infatti le realtà inferiori ordinare ciò che sta al di sopra di esse». È necessario dunque che le realtà minori cedano ai misteri delle realtà superiori. L’ordinamento delle regioni elevate è superiore a quello delle regioni inferiori; è stabile rispetto al Tutto e non può essere compreso pienamente dal pensiero dei mortali. Per questo le realtà inferiori gemevano con timore davanti alla bellezza e alla permanenza eterna di quelle superiori. Era infatti cosa degna insieme di contemplazione e di meraviglia vedere la bellezza del cielo come immagine del Dio ancora sconosciuto, la maestà della notte illuminata da una luce minore di quella del Sole ma pur sempre penetrante, e tutti gli altri misteri che si muovevano nel cielo secondo periodi e rivoluzioni stabilite, ordinando e accrescendo le realtà inferiori mediante effluvi nascosti. Vi erano dunque timore continuo e indicibili ricerche. Finché l’Artefice del Tutto non volle manifestarsi, l’ignoranza dominava ogni cosa. Quando però decise di rivelare ciò che egli era, infuse negli dèi il desiderio e riversò nelle loro menti una parte più grande della luce che custodiva nel proprio petto, affinché dapprima desiderassero cercare, poi desiderassero trovare e infine fossero capaci di conseguire ciò che cercavano. Questo, mirabile figlio Horus, non poteva ancora avvenire nella stirpe mortale, che neppure esisteva; poteva invece avvenire in un’anima affine ai misteri del cielo. Tale fu Ermete, colui che conobbe tutte le cose. Egli vide il Tutto; vedendolo, comprese; comprendendo, fu capace di manifestare e mostrare. Ciò che comprese lo incise; e ciò che incise lo nascose, preferendo per la maggior parte tacere con prudenza piuttosto che parlare, affinché ogni generazione futura del cosmo fosse spinta a cercare queste cose. Poi ascese agli astri per accompagnare gli dèi a lui affini. Gli succedette Tat, insieme figlio ed erede di questi insegnamenti; non molto tempo dopo venne anche Asclepio Imouthes, secondo i disegni di Ptah-Efesto, e altri ancora destinati, per volontà della Provvidenza regina di tutte le cose, a investigare con fedeltà e precisione la contemplazione celeste. Ermete dichiarò al cosmo di non avere trasmesso neppure al proprio figlio l’intera contemplazione, poiché era ancora troppo giovane. Quando però, al sorgere del giorno, contemplò con i suoi occhi capaci di vedere ogni cosa i misteri del sorgere, giunse lentamente a una conoscenza più precisa. Depose allora, presso i segreti di Osiride, i sacri simboli degli elementi cosmici; dopo aver pronunciato preghiere e sacre parole, ascese al cielo. Ma non è giusto, figlio, che io lasci incompleto questo racconto. Devo riferirti anche ciò che Ermete disse quando depose i libri: «O libri sacri, nati dalle mie mani incorruttibili, che ho unto con il farmaco dell’incorruttibilità, rimanete per ogni età immuni dalla corruzione e incorrotti dal tempo. Rimanete invisibili e introvabili a quanti attraverseranno le pianure di questa terra, finché il cielo ormai antico non generi esseri degni di voi, quelli che il Demiurgo chiamò anime». Pronunciate queste parole, Ermete consacrò i libri e le proprie opere nelle regioni loro proprie. Trascorse un lungo intervallo di tempo durante il quale tutto rimase nascosto e la natura era ancora sterile. Allora gli dèi, ai quali era stato ordinato di percorrere il cielo, si presentarono al Dio re di tutte le cose e gli riferirono l’immobilità degli esseri. Gli dissero che era necessario ordinare il Tutto e che tale opera non poteva appartenere ad altri che a lui. «Ti preghiamo», dissero, «di considerare le realtà che già esistono e quelle di cui in futuro vi sarà bisogno». Udite queste parole, Dio sorrise e pronunciò il nome della Natura. Dalla sua voce uscì una splendida figura femminile; gli dèi, vedendola, rimasero stupefatti. Dio, il Progenitore, la onorò con il nome di Natura e le ordinò di essere feconda. Poi, volgendo lo sguardo verso il Tutto, disse: «Siano riempiti di ogni cosa il cielo, l’aria e l’etere». Dio parlò, e così avvenne. La Natura, parlando fra sé, comprese di non dover disobbedire al comando del Padre. Unendosi al Travailo (Ponos), generò una bellissima figlia, che chiamò Invenzione (Heuresis). Dio concesse a Invenzione di esistere; distinse le realtà già prodotte, le colmò di misteri e affidò a Invenzione il governo di tali misteri. Non volendo più lasciare inattivo il mondo superiore, decise di riempirlo di pneumi affinché nessuna sua parte rimanesse immobile e priva di attività. Cominciò così la propria opera, servendosi di essenze sacre. Prese dal proprio pneuma quanto era sufficiente e lo mescolò intellettivamente con il fuoco e con altre sostanze sconosciute. Unì queste realtà mediante formule segrete e agitò con sapienza l’intera mescolanza, finché da essa emerse una materia più sottile, più pura e più trasparente delle sostanze da cui proveniva. Era limpida e soltanto l’Artefice poteva vederla. Poiché non si dissolveva come qualcosa consumato dal fuoco né si raffreddava come semplice pneuma, ma possedeva una costituzione propria, originale e particolare, Dio chiamò questa composizione Psychōsis, «Animazione», traendo il nome dalla sua attività. Da essa produsse innumerevoli anime, plasmando ordinatamente e proporzionalmente ciò che affiorava dalla miscela. Le anime non erano tutte dello stesso grado di purezza: la prima era più piena e pura della seconda, la seconda superiore alla terza e così di seguito. L’intera serie fu così completata fino a sessanta gradi. Dio stabilì tuttavia che tutte le anime fossero eterne, poiché provenivano da un’unica essenza che soltanto lui sapeva portare alla perfezione. Assegnò loro regioni e dimore nelle altezze della natura superiore, affinché facessero ruotare ordinatamente il cilindro cosmico e procurassero gioia al Padre. Dio, stando sulla bellissima base dell’etere, convocò le anime e disse: «Anime, belle figlie del mio pneuma e della mia sollecitudine, che ho generato con le mie stesse mani e ora consacro al mio cosmo, ascoltate queste mie parole come leggi. Non abbandonate il luogo che la mia volontà vi ha assegnato. Se rimarrete salde, conserverete il cielo, le costellazioni che vi sono state assegnate e i troni colmi di virtù. Se invece agirete contro le mie disposizioni, vi giuro sul sacro pneuma, sulla miscela dalla quale vi ho generate e su queste mie mani creatrici di anime che presto preparerò per voi legami e punizioni». Dopo aver detto queste cose, il Dio, signore anche di me, mescolò altri elementi affini, acqua e terra, pronunciò altre formule segrete, potenti ma diverse dalle prime, e infuse nella miscela un pneuma vivificante. Prese quindi la materia divenuta facilmente plasmabile e consistente e da essa modellò esseri viventi di forma umana. Il residuo della miscela fu affidato alle anime che avevano già progredito ed erano state ammesse nelle regioni degli dèi, presso gli astri e i sacri dèmoni. Dio disse loro: «Plasmate, figli, creature della mia natura. Ricevete ciò che resta della mia arte e ciascuna plasmi qualcosa simile alla propria natura. Vi offrirò anche dei modelli». Ordinò quindi armoniosamente il cosmo zodiacale in accordo con i movimenti delle anime. Accanto alle figure umane dello Zodiaco dispose le altre forme animali, conferendo loro potenze operative e un pneuma capace di generare tutte le specie che sarebbero esistite nel futuro. Poi si ritirò, promettendo di unire alle opere visibili delle anime un pneuma invisibile e una capacità generativa propria di ciascuna specie, affinché ogni essere potesse produrne altri simili a sé. Horus domandò: «Che cosa fecero allora le anime, madre?» Iside rispose: «Presero la materia mescolata, la esaminarono e venerarono la miscela prodotta dal Padre. Cercarono poi di comprendere da quali elementi essa fosse costituita, ma ciò non era facile per loro». Temendo che la loro curiosità suscitasse l’ira del Padre, si rivolsero al compito loro assegnato. Dalla parte più alta e leggera della materia formarono gli uccelli. Quando la miscela divenne più compatta, plasmarono i quadrupedi. Dalla parte che richiedeva maggiore umidità per muoversi produssero i pesci; dalla parte rimasta fredda e pesante, tendente verso il basso, formarono la natura dei rettili. Compiute queste opere, le anime si fecero audaci e curiose. Cominciarono ad agire contro ciò che era stato stabilito, lasciarono le proprie regioni e le proprie dimore, non vollero più rimanere in un solo luogo, ma si muovevano continuamente, considerando quasi una morte il rimanere ferme. Il Signore e Dio di tutte le cose non ignorava ciò che stavano facendo e cercò per loro una punizione e un legame che avrebbero dovuto sopportare. Il Sovrano di tutte le cose decise allora di creare la struttura dell’uomo, affinché in essa la stirpe delle anime fosse punita. Convocò Ermete e gli disse: «O anima della mia anima, sacro Intelletto del mio Intelletto, fino a quando la natura inferiore rimarrà triste? Fino a quando le creature già prodotte resteranno inattive e prive di lode? Conduci qui tutti gli dèi del cielo». Ermete eseguì il comando e gli dèi celesti furono convocati al cospetto del Sovrano. Dio disse loro: «Guardate la terra e tutte le realtà inferiori». Essi guardarono e compresero immediatamente la volontà del Sovrano. Quando egli parlò della futura generazione degli uomini, gli dèi considerarono che cosa ciascuno di loro potesse offrire alla nuova stirpe. Il Sole disse: «Splenderò ancora di più». La Luna promise di illuminare il corso successivo a quello del Sole e dichiarò di avere già generato Timore, Silenzio, Sonno e quella Memoria che per gli uomini sarebbe stata spesso inutile. Crono dichiarò di essere già padre della Giustizia e della Necessità. Zeus disse: «Affinché la futura stirpe non sia interamente dedita alla guerra, ho generato per loro anche Fortuna, Speranza e Pace». Ares dichiarò di essere padre di Conflitto, Ira e Discordia. Afrodite disse: «Io unirò a loro Desiderio, Piacere e Riso, affinché le anime, nostre parenti, non siano tormentate oltre misura dalla durissima condanna». Ermete disse: «Io formerò la natura umana e conferirò agli uomini Sapienza, Temperanza, Persuasione e Verità. Non cesserò di accompagnarmi a Invenzione e aiuterò sempre la vita mortale degli uomini nati sotto i segni zodiacali affidati a me». Dio, signore del cosmo, si rallegrò e ordinò che nascesse la stirpe umana. Ermete allora cercò quale materia utilizzare e interrogò il Sovrano. Il Sovrano ordinò che gli fosse consegnato ciò che restava della miscela usata per le anime. Ermete la trovò completamente secca e vi aggiunse molta più acqua del necessario, affinché la materia diventasse plasmabile. Fece così l’essere umano debole, fragile e privo di grande forza, affinché non fosse insieme intelligente e potentissimo. Ermete contemplò con piacere la propria opera e chiamò il Sovrano perché la vedesse. Dio la vide, se ne rallegrò e ordinò che le anime vi fossero incorporate. Quando le anime compresero per la prima volta di essere state condannate, divennero tristi e cominciarono a lamentarsi. Iside avverte Horus che sta ascoltando un insegnamento segreto, trasmesso da Ermete a Kamephis, da Kamephis a Iside e ora da Iside a Horus. Le anime, sul punto di essere rinchiuse nei corpi, gemevano come animali liberi costretti improvvisamente alla schiavitù. Non volevano essere separate dalla loro dimora abituale né essere sottoposte a chi avrebbe esercitato dominio su di loro. Alcune emettevano suoni simili allo stridore di antichi scudi; altre piangevano. Una di esse, levando lo sguardo verso l’alto, gridò: «O cielo, origine della nostra nascita; o etere e aria; o mani e sacro pneuma del Dio sovrano; astri, occhi luminosi degli dèi; luce instancabile del Sole e della Luna, compagni della nostra prima esistenza!» «Quale disgrazia essere separate da tutte queste realtà! Dalle grandi e luminose regioni, dal sacro involucro del cielo, dalla beata convivenza con gli dèi, saremo rinchiuse in dimore basse e indegne». «Quale azione indegna abbiamo dunque compiuto? Quale colpa merita una simile punizione? Quanti peccati ci attendono, noi infelici, e quante azioni compiremo per procurare ciò che è necessario a un corpo acquoso e rapidamente dissolubile! Piccoli occhi dovranno contenere anime che prima appartenevano a Dio. Guardando il cielo attraverso l’umido e ristretto cerchio degli occhi, gemeremo continuamente, e talvolta non vedremo affatto. Non ci sarà concesso di vedere senza la luce». «Come sopporteremo di udire i pneumi nostri parenti soffiare nell’aria senza poter respirare insieme con loro? Al posto dell’immenso mondo celeste ci attende come dimora la piccola massa del cuore. E il dolore per le realtà da cui siamo state separate ci accompagnerà nella condizione alla quale stiamo discendendo». «Signore, Padre e Creatore, se hai deciso così rapidamente di trascurare le tue opere, stabilisci almeno dei limiti per noi. Concedici ancora poche parole, finché possiamo contemplare interamente questo luminoso cosmo». Le anime ottennero ascolto. Il Sovrano, seduto sul trono della Verità, disse loro: «Anime, sarete governate da Eros e Necessità, che dopo di me sono sovrani e comandanti di tutte le cose. Finché rimarrete senza colpa, abiterete le regioni celesti. Se invece qualcuna di voi meriterà biasimo, sarà condannata ad abitare, insieme con i mortali, nelle viscere di un corpo. Se le colpe saranno moderate, abbandonato il legame corruttibile della carne tornerete senza lamenti al vostro cielo». «Se invece commetterete colpe più gravi e lascerete i vostri corpi senza aver raggiunto il fine conveniente, non abiterete più il cielo né tornerete immediatamente in corpi umani, ma continuerete a vagare in animali irrazionali». Dopo aver detto ciò, Dio conferì a tutte le anime i rispettivi pneumi. E aggiunse: «Non ho stabilito casualmente le vostre trasformazioni. Se compirete azioni vergognose, muterete verso condizioni peggiori; se invece opererete degnamente della vostra origine, progredirete verso condizioni migliori. Io stesso, e nessun altro, sarò vostro osservatore e giudice. Sappiate che l’incorporazione è la punizione delle azioni precedenti. Le differenti rinascite consisteranno dunque in differenti corpi; la liberazione dal corpo sarà invece beneficio e ritorno alla beatitudine precedente». «Se compirete qualcosa di indegno di me, il vostro giudizio sarà accecato fino al punto di considerare la punizione come un beneficio e il passaggio verso una condizione migliore come disonore. Le anime più giuste, destinate a una trasformazione divina, se nasceranno fra gli uomini saranno re giusti, autentici filosofi…» «…fondatori, legislatori, veri indovini, autentici conoscitori delle erbe, eccellenti profeti degli dèi, musicisti esperti, astronomi intelligenti, interpreti sicuri dei segni degli uccelli e sacerdoti accurati. Se entreranno fra gli uccelli saranno aquile; fra i quadrupedi, leoni; fra i rettili, draghi; fra gli animali acquatici, delfini». Dopo che queste cose furono stabilite, dalla terra si levò un pneuma potentissimo, non circoscrivibile in un corpo ma dotato di grande capacità di pensiero. Aveva figura umana, bella e solenne, ma insieme selvaggia e terribile. Vedendo le anime entrare nei corpi, domandò a Ermete: «Come si chiamano questi esseri?» Ermete rispose: «Uomini». Quello disse: «Audace impresa, Ermete, creare l’uomo: curioso con gli occhi, loquace con la lingua, pronto ad ascoltare anche ciò che non gli appartiene, a investigare mediante l’olfatto e a usare il tatto per ogni cosa». «Hai deciso di lasciarlo senza preoccupazioni, o artefice della generazione, lui che oserà contemplare i bei misteri della natura? Lo lascerai privo di dolore mentre spingerà i propri pensieri fino agli estremi confini della terra? Gli uomini dissotterreranno le radici delle piante e studieranno le proprietà dei loro succhi». «Esamineranno la natura delle pietre; dissezioneranno non soltanto gli animali irrazionali, ma persino se stessi, desiderosi di conoscere come sono stati generati. Stenderanno mani audaci sul mare, taglieranno le materie naturali, attraverseranno le acque verso terre lontane. Vorranno conoscere ciò che si cela nelle parti più interne dei santuari e spingeranno la ricerca fino al cielo per osservarne i movimenti». «E non basta. Armeranno la loro curiosità persino contro il cielo e gli elementi. Insegna loro dunque a desiderare e progettare, affinché possano anche temere il dolore dell’insuccesso. Siano domati dal morso della tristezza quando non ottengono ciò che sperano. La loro curiosità sia appesantita da desideri, paure, dolori e speranze ingannevoli». «Amori molteplici, speranze diverse e desideri ora soddisfatti ora frustrati occupino le loro anime. Il dolce richiamo del successo divenga per loro esca verso mali ancora maggiori. Anche le malattie li opprimano, affinché, scoraggiati, imparino a frenare il desiderio». Ermete si compiacque delle parole di Momo, perché erano conformi al problema che egli stesso doveva risolvere. Disse: «Momo, la natura del pneuma divino che circonda tutte le cose non sarà lasciata interamente manifesta. Il Signore del Tutto mi ha nominato custode e provveditore. Come sorvegliante di tutte le cose sarà stabilita la dea dagli occhi penetranti Adrasteia. Io costruirò inoltre uno strumento segreto di osservazione infallibile e inevitabile, al quale saranno necessariamente sottoposte tutte le realtà terrestri dalla nascita fino alla loro ultima dissoluzione». Dopo che le anime furono incorporate e l’opera ebbe ricevuto approvazione, il Sovrano convocò nuovamente l’assemblea degli dèi. Disse: «Dèi che avete ricevuto la natura suprema e incorruttibile e ai quali è stato assegnato il governo dell’eternità, fino a quando governeremo una creazione che ancora non ci riconosce? Ciascuno di noi produca ciò che gli compete. Eliminiamo l’inerzia che ancora permane nella costituzione del mondo. Che il caos divenga per le generazioni future soltanto un mito incredibile. Intraprendete grandi opere; io stesso comincerò per primo». Dio parlò e immediatamente si produsse una separazione ordinatrice nella massa ancora oscura. Il cielo apparve in alto, ornato di tutti i propri misteri. La terra, ancora tremante, si consolidò sotto la luce del Sole e apparve adorna di tutte le bellezze che la circondano. Anche ciò che ai mortali sembra vile è bello agli occhi di Dio, poiché è stato creato per servire alle leggi divine. Dio gioì vedendo ormai in movimento le proprie opere e disse: «Ricevi, sacra Terra; ricevi, venerabilissima, tu che sarai madre di tutte le cose, e da ora in poi non mancare di nulla». Dio stese le mani, come conviene a un dio, e riversò ogni cosa nella costituzione degli esseri. All’inizio, tuttavia, regnava ancora una completa ignoranza. Le anime, appena imprigionate e incapaci di sopportare la propria degradazione, entrarono in conflitto con gli dèi del cielo. Memori della propria nobiltà e del fatto di avere avuto il medesimo Demiurgo, usarono gli uomini come strumenti e li spinsero ad aggredirsi, opporsi e combattersi. I forti prevalevano sui deboli, li uccidevano e li bruciavano; la violenza riempì la terra. Quando il male divenne grande, gli elementi si presentarono al Dio che li aveva creati per lamentarsi della condizione degli uomini. Il primo a parlare fu il Fuoco. Il Fuoco disse: «Signore, artefice di questo nuovo cosmo, nome nascosto fra gli dèi e finora venerabile ma ignoto agli uomini, fino a quando lascerai la vita dei mortali priva di Dio? Manifestati al cosmo; conduci la vita selvaggia alla pace; dona leggi, oracoli e buone speranze. Gli uomini temano la giustizia degli dèi e imparino a rendere grazie, affinché io possa servire gioiosamente nei sacrifici e innalzare verso di te profumi dalle are». «Finora sono contaminato dall’audacia empia degli uomini e sono costretto a consumare carni. Essi mi impediscono di rimanere ciò che sono per natura e alterano indegnamente ciò che è incorruttibile». Allora parlò l’Aria: «Anch’io sono contaminata, Signore; le esalazioni dei corpi morti mi rendono malata e non più salubre, e dall’alto sono costretta a contemplare cose che non è lecito vedere». [Il lamento dell’Aria prosegue nel testo precedente e prepara quello dell’Acqua.] L’Acqua disse: «Padre e mirabile Creatore di tutte le cose, divinità autogenerata, artefice della natura che per mezzo tuo genera ogni cosa, ordina finalmente che i corsi dei fiumi rimangano puri. I fiumi e i mari, infatti, o lavano coloro che hanno commesso omicidio oppure accolgono i corpi di coloro che sono stati uccisi». Poi si presentò la Terra, profondamente addolorata: «Re, sovrano delle realtà celesti e signore delle sfere, guida degli elementi e Padre di tutti noi, una moltitudine irragionevole ed empia di uomini si è riversata su di me. Io contengo ogni cosa e, come mi hai ordinato, accolgo anche i morti; eppure sono ormai disonorata. Il tuo mondo terrestre è colmo di ogni cosa, ma non possiede Dio». «Gli uomini, non avendo nulla da temere, violano ogni legge e mi aggrediscono con ogni arte malvagia. Sono interamente imbevuta e contaminata dagli umori dei corpi. Sono costretta ad accogliere anche coloro che non ne sono degni. Desidero accogliere, insieme con tutte le cose che porto, anche una presenza divina». «Concedi alla Terra, se non te stesso — poiché non oso pretendere di contenerti — almeno una sacra effluenza di te. Rendi la Terra più venerabile degli altri elementi, poiché essa sola, offrendo ogni cosa, può gloriarsi di ciò che proviene da te». Dio rispose: «Andate, sacri figli degni di un grande Padre, e non tentate alcuna rivolta né lasciate inattivo il mio cosmo. Vi sarà fra voi un’altra effluenza della mia natura: un santo osservatore delle azioni, giudice incorruttibile dei viventi e terribile punitore dei morti nelle regioni sotterranee. A ciascun uomo seguirà, secondo le sue opere, una ricompensa degna». Gli elementi cessarono allora le loro suppliche e, obbedendo al Signore, conservarono il silenzio; ciascuno riprese il dominio della propria sfera. Horus domandò: «Madre, come ebbe la Terra la fortuna di ricevere questa effluenza di Dio?» Iside rispose: «Eviterò di narrarti la genealogia degli dèi immortali, perché non è lecito renderne pubblica l’origine. Dirò soltanto che il Dio sovrano, creatore e artefice del Tutto, concesse per un certo tempo alla Terra tuo padre Osiride e me, Iside, affinché soccorressimo il mondo che aveva bisogno di tutto». Noi ponemmo fine alla selvaggia uccisione reciproca. Stabilimmo santuari e sacrifici agli dèi ancestrali; donammo ai mortali leggi, alimenti e abitazioni. Secondo Ermete, avremmo conosciuto e interpretato i suoi scritti segreti: alcuni li avremmo conservati nascosti; altri, utili ai mortali, li avremmo incisi su stele e obelischi. In questo modo parte della conoscenza venne resa accessibile agli uomini, mentre ciò che richiedeva maggiore custodia rimase riservato. Noi per primi istituimmo tribunali e riempimmo il mondo di ordine e giustizia. Introducemmo la stretta di mano, la fiducia reciproca e il sacro giuramento. Insegnammo come trattare i morti e investigammo la natura della morte. Appreso da Ermete che il cosmo è pieno di dèmoni, incidiamo tale conoscenza su stele segrete. Avendo appreso da lui le leggi nascoste di Dio, divenimmo per gli uomini maestri e legislatori delle arti, delle scienze e delle pratiche. Imparammo da Ermete che il Demiurgo aveva stabilito una simpatia fra le realtà inferiori e quelle superiori; per questo istituimmo sulla terra riti sacri corrispondenti ai misteri celesti. Conoscendo la corruttibilità dei corpi, perfezionammo la formazione dei profeti, affinché colui che avrebbe servito gli dèi non ignorasse alcuna realtà. Così filosofia e magia nutrono l’anima, mentre la medicina cura il corpo quando soffre. Dopo aver compiuto tutte queste opere, io e Osiride vedemmo il mondo ormai pienamente ordinato e fummo richiamati dagli abitanti del cielo. Non potevamo tuttavia ascendere senza prima invocare il Sovrano mediante un inno, affinché l’intero cosmo fosse colmato di questa contemplazione e la nostra ascesa fosse bene accolta. Dio infatti si rallegra degli inni. Horus disse: «Madre, concedimi anche la conoscenza di questo inno, affinché non rimanga ignorante». Iside rispose: «Presta attenzione, figlio». E aggiunse: «Figlio magnanimo, se desideri sapere ancora qualcosa, domanda». SH 24 – Iside a Horus: le anime regali e le differenze fra le anime Horus disse: «Veneratissima madre, desidero sapere come nascano le anime regali». Iside rispose: «Figlio Horus, la differenza riguardante le anime regali è di questo genere. Nel Tutto vi sono quattro regioni sottoposte a una legge e a un governo inviolabili: il cielo, l’etere, l’aria e la sacratissima Terra. Nel cielo abitano gli dèi, sui quali, insieme con tutte le altre realtà, governa il Demiurgo del Tutto. Nell’etere si trovano gli astri, sui quali governa il grande luminare, il Sole. Nell’aria si trovano le anime demoniche, sulle quali governa la Luna. Sulla Terra vivono gli uomini e gli altri esseri viventi, sui quali governa il re che nasce nel tempo stabilito. Gli dèi generano infatti, figlio, re degni della stirpe terrestre; e i governanti sono come effluenze del Re supremo: quanto più uno gli è vicino, tanto più possiede carattere regale». Il Sole, poiché è più vicino a Dio, è più grande e più potente della Luna; la Luna gli è seconda sia nell’ordine sia nella potenza. Il re, invece, è ultimo fra gli dèi ma primo fra gli uomini. Finché si trova sulla Terra è separato dalla vera divinità, ma possiede fra gli uomini qualcosa di eccezionale che lo rende simile al divino. L’anima inviata nel re proviene da una regione situata al di sopra di quelle dalle quali vengono inviate le anime degli altri uomini. Due generi di anime vengono mandate da quella regione per esercitare la regalità. Le prime sono quelle che hanno percorso bene e senza biasimo il proprio ciclo e sono ormai prossime alla divinizzazione: mediante l’esercizio della regalità si preparano anticipatamente al potere proprio degli dèi. Le altre sono anime già in qualche modo divine che hanno trasgredito, sia pure in misura limitata, la norma ispirata dal divino. Esse vengono incorporate non affinché subiscano nell’incorporazione una vera punizione, ma affinché, per dignità e natura, anche una volta legate al corpo conservino qualcosa della condizione che possedevano quando erano libere. Le differenze che si manifestano nei caratteri dei re non dipendono dunque dalla qualità essenziale delle loro anime, poiché queste sono tutte divine, ma dagli angeli e dai dèmoni che accompagnano la loro discesa. Anime destinate a tali funzioni non discendono infatti senza guida e senza scorta. La Giustizia superiore sa assegnare a ciascuna ciò che le compete. Quando gli angeli e i dèmoni che accompagnano l’anima sono guerrieri, l’anima tende a far prevalere la loro disposizione; quando sono pacifici, anch’essa percorre pacificamente il proprio cammino; quando sono giudici, giudica; quando sono musicali, canta; quando amano la verità, anch’essa filosofa. Le anime subiscono necessariamente l’influenza di coloro che le accompagnano nella discesa. Entrando nella condizione umana dimenticano infatti la propria natura e, nella misura in cui si allontanano da essa, conservano piuttosto memoria della disposizione degli esseri che le hanno accompagnate e rinchiuse nel corpo. Horus disse: «Hai spiegato bene ogni cosa, madre; ma non mi hai ancora detto come le anime divengano nobili». Iside rispose: «Come sulla Terra vi sono regioni che differiscono fra loro per dignità, così avviene anche per le anime. Anch’esse possiedono luoghi dai quali provengono; e l’anima che proviene da una regione più gloriosa è più nobile di quella che proviene da una regione inferiore. Come fra gli uomini il libero è considerato più nobile dello schiavo — poiché ciò che è superiore e regale domina necessariamente ciò che gli è inferiore — così accade anche fra le anime». Horus domandò: «Ma come diventano maschili e femminili le anime?» Iside rispose: «Le anime, figlio Horus, sono tutte della medesima natura, poiché provengono da un’unica regione nella quale il Demiurgo le plasma. Non sono né maschili né femminili». Una simile distinzione appartiene infatti ai corpi, non alle realtà incorporee. La differenza per cui alcune anime appaiono più vigorose e altre più delicate deriva dall’aria nella quale avviene la loro incorporazione. L’«aria» dell’anima è infatti il corpo che la avvolge, costituito dalla mescolanza degli elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Poiché nella costituzione femminile prevalgono l’umido e il freddo e sono invece meno presenti il secco e il caldo, l’anima rinchiusa in una simile struttura diviene più umida e delicata. Nei corpi maschili si verifica il contrario: prevalgono il secco e il caldo, mentre sono meno presenti il freddo e l’umido; per questo le anime che si trovano in tali corpi appaiono più aspre e più operative. Horus domandò: «Come diventano intelligenti le anime, madre?» Iside rispose: «La facoltà visiva, figlio, è avvolta da involucri. Quando questi involucri sono densi e spessi, l’occhio non vede con acutezza; quando sono rarefatti, sottili e trasparenti, vede invece con grande precisione. Così avviene anche per l’anima. Anch’essa possiede propri involucri incorporei, poiché incorporea è la sua natura. Questi involucri sono le arie che si trovano in noi. Quando esse sono sottili, rarefatte e trasparenti, l’anima è intelligente; quando invece sono dense, spesse e torbide, l’anima, come in una tempesta, non riesce a vedere lontano, ma soltanto ciò che le sta immediatamente davanti». Horus domandò allora: «Per quale ragione, madre, gli uomini che vivono fuori dalla nostra sacratissima terra non possiedono, secondo quanto dici, un’intelligenza pari alla nostra?» Iside rispose: «La Terra giace al centro del Tutto, distesa come un essere umano che guarda verso il cielo, ed è suddivisa come sono suddivise le membra dell’uomo. Essa guarda il cielo come il proprio padre, affinché alle trasformazioni di quello corrispondano anche le proprie». La testa della Terra è rivolta verso sud, la spalla destra verso oriente, quella sinistra verso occidente, mentre i piedi sono rivolti verso l’Orsa. Le caratteristiche fisiche e comportamentali attribuite ai diversi popoli vengono quindi spiegate, secondo la geografia cosmologica propria del testo, attraverso la parte del «corpo della Terra» nella quale essi abitano. Gli abitanti del sud, dell’oriente, dell’occidente, del settentrione e delle regioni intermedie ricevono così caratteristiche differenti in relazione alla rispettiva collocazione. [Il passo riflette concezioni etnogeografiche dell’Antichità e presenta inoltre alcune difficoltà testuali.] L’Egitto, terra degli antenati di Iside e Horus, viene collocato nella regione centrale della Terra. Poiché nel corpo umano la regione centrale è associata al cuore, e il cuore è concepito come sede e punto di partenza dell’anima, il testo attribuisce agli abitanti di questa regione una particolare disposizione all’intelligenza e alla temperanza. Le altre regioni vengono invece poste sotto condizioni climatiche differenti. Il sud è associato alle nubi e all’umidità; l’oriente e l’occidente sono continuamente sollecitati rispettivamente dal sorgere e dal tramontare del Sole; il settentrione irrigidisce mediante il freddo tanto i corpi quanto le facoltà dell’anima. La regione centrale viene invece rappresentata come maggiormente temperata ed equilibrata. Questa condizione equilibrata, secondo il discorso di Iside, genera, ordina ed educa gli uomini che vi abitano. Horus domandò: «Signora e madre, spiegami anche questo: per quale ragione, durante le malattie lunghe, mentre gli uomini sono ancora vivi, possono essere danneggiati il logos, il ragionamento e persino le facoltà dell’anima?» Iside rispose: «Fra gli esseri viventi, alcuni sono affini al fuoco, altri all’acqua, altri all’aria, altri alla terra; alcuni a due o tre elementi, altri a tutti». Analogamente, alcuni esseri sono per natura estranei a determinati elementi. La cavalletta e numerosi insetti fuggono il fuoco; l’aquila e gli uccelli che volano in alto rifuggono l’acqua; i pesci non possono vivere nell’aria o sulla terra; il serpente non sopporta l’aria pura. I serpenti e gli esseri che strisciano amano la terra; gli esseri acquatici amano l’acqua; gli uccelli amano l’aria, nella quale conducono la propria vita. Alcuni esseri sono persino associati al fuoco, come le salamandre. Ciascuno degli elementi costituisce infatti una sorta di involucro naturale dei corpi. Ogni anima, dunque, quando si trova in un corpo, viene appesantita e oppressa dai quattro elementi. È naturale che alcuni di essi le siano graditi e altri le risultino gravosi. Per questo, mentre si trova nel corpo, l’anima non possiede la propria beatitudine più alta. Pur essendo divina per natura, anche nella condizione corporea continua a pensare e a lottare, ma non con la stessa capacità che possederebbe se fosse libera dai corpi. Quando inoltre gli elementi corporei vengono sconvolti dalla malattia o dalla paura, anche l’anima viene agitata, come un uomo sommerso nelle profondità del mare e travolto dalle onde. SH 25 – Iside a Horus: le dimore delle anime Discorso di Ermete: Iside a Horus. Horus disse: «Mi hai esposto in modo mirabile, potentissima madre Iside, ogni cosa riguardo alla straordinaria creazione delle anime da parte di Dio, e non cesso di meravigliarmene. Non mi hai però ancora detto verso quali luoghi si dirigano le anime quando vengono liberate dai corpi. Desidero dunque diventare iniziato anche a questa contemplazione e rendere grazie a te sola, madre immortale». Iside rispose: «Presta attenzione, figlio, perché questa ricerca è fra le più necessarie». Ciò che possiede una costituzione propria e non viene annientato deve necessariamente possedere anche un luogo che gli sia proprio. Le anime, una volta uscite dai corpi, non vengono riversate senza criterio nell’aria né disperse insieme con l’immenso pneuma circostante. Se così avvenisse, non potrebbero più ritornare nei corpi conservando la propria identità, né tornare nella regione dalla quale provenivano. L’acqua, infatti, è un corpo irrazionale composto di molte parti e, quando viene versata, si mescola con la massa complessiva dell’acqua. L’anima, invece, è una realtà di natura propria, regale, opera delle mani e dell’Intelletto di Dio, capace di guidare se stessa verso l’Intelletto. Ciò che deriva da un’unica essenza e non da una composizione di elementi differenti non può semplicemente confondersi con un’altra realtà. Per questo anche l’unione dell’anima con il corpo deve essere una armonia stabilita da Dio mediante la Necessità. Le anime non vengono dunque inviate tutte nello stesso luogo, indiscriminatamente o per caso. Ciascuna viene ricondotta alla regione che le è propria. Ciò risulta evidente anche da ciò che l’anima sperimenta mentre si trova ancora nel corpo, dove, contro la propria natura, viene resa pesante e densa. Considera, amatissimo Horus, questo esempio. Immagina che in un unico recinto siano rinchiusi uomini, aquile, colombe, cigni, falchi, rondini, passeri, mosche, serpenti, leoni, pantere, lupi, cani, lepri, buoi, greggi e anche animali che partecipano di due ambienti, come foche, lontre, tartarughe e i nostri coccodrilli. Se tutti venissero liberati nello stesso momento, ciascuno si dirigerebbe spontaneamente verso il luogo conforme alla propria natura: l’uomo verso le piazze e le abitazioni; l’aquila verso l’etere; la colomba verso l’aria vicina alla terra; il falco ancora più in alto; la rondine verso i luoghi abitati dagli uomini; il passero verso gli alberi carichi di frutti; il cigno verso i luoghi nei quali possa cantare; le mosche presso la terra e gli uomini; i leoni e le pantere verso i monti; i lupi verso le regioni deserte; i cani sulle tracce degli uomini; le lepri verso i boschi; i buoi verso i recinti e le pianure; le greggi verso i pascoli; i serpenti verso le profondità della terra; le foche, le tartarughe e gli animali simili verso le acque e le profondità. Così ogni essere viene ricondotto verso la regione che gli è propria da un criterio interiore. Allo stesso modo ogni anima, sia quando assume forma umana sia quando entra in altre forme terrestri, conosce il luogo verso il quale deve dirigersi. Soltanto un seguace di Tifone potrebbe sostenere che un toro sia capace di vivere nelle profondità del mare o una tartaruga nell’aria. Se le anime, persino quando sono immerse nella carne e nel sangue, rispettano questo ordinamento e non agiscono al di fuori della disposizione loro assegnata — sebbene l’incorporazione costituisca per esse una punizione — quanto più seguiranno il proprio ordine quando saranno liberate da questa immersione e dalla punizione e parteciperanno nuovamente della propria libertà. Guarda dunque in alto, nobilissimo figlio, e considera l’ordinamento delle anime. La regione che si estende dalla sommità del cielo fino alla Luna è riservata agli dèi, agli astri e alla Provvidenza superiore. La regione che dalla Luna discende fino a noi costituisce invece la dimora delle anime. Anche l’aria possiede al proprio interno un movimento, che siamo soliti chiamare vento, ma questo movimento non costituisce alcun impedimento per le anime. Esse possono salire e scendere attraverso l’aria senza ostacolo. Le anime scorrono infatti attraverso di essa senza mescolarsi e senza aderirvi, come l’acqua attraverso l’olio. Questo intervallo, figlio Horus, è suddiviso in quattro grandi parti e in sessanta regioni particolari. La prima parte, procedendo dalla Terra verso l’alto, comprende quattro regioni e raggiunge l’altezza fino alla quale si elevano monti e rilievi terrestri. La seconda comprende otto regioni. In esse si verificano i movimenti dei venti e si svolge il volo degli uccelli. Al di sopra di questa regione l’aria non si muove più allo stesso modo e nessun essere vivente corporeo può essere sostenuto. La terza parte comprende sedici regioni, piene di aria sottile e pura. La quarta parte comprende trentadue regioni. In esse l’aria è sottilissima, purissima e trasparente e delimita i cieli superiori, la cui natura è ignea. L’ordinamento complessivo procede dunque dall’alto verso il basso secondo una linea continua: quattro grandi divisioni, dodici intervalli e sessanta regioni. In queste sessanta regioni dimorano le anime, ciascuna secondo la propria natura. Pur possedendo tutte la medesima costituzione essenziale, le anime non hanno tutte la stessa dignità. Quanto più una regione si trova elevata al di sopra della Terra rispetto a un’altra, tanto maggiore è la dignità delle anime che vi dimorano. Esiste dunque, figlio, una gerarchia sia fra le regioni sia fra le anime: ciascuna regione e ciascuna anima occupano una posizione differente rispetto a quelle che le precedono o le superano in dignità. Ora, o glorioso Horus, comincerò a spiegarti quali anime facciano ritorno a ciascuna di queste regioni, procedendo ordinatamente dalle più elevate fino a quelle più vicine alla Terra. SH 26 – Sull’animazione e sulla metempsicosi «Lo spazio compreso fra la Terra e il cielo, figlio Horus, è suddiviso secondo misura e armonia. Queste regioni vengono chiamate dagli antichi in modi differenti: alcuni le chiamano zone, altri firmamenti, altri ancora pieghe. In esse si muovono tanto le anime liberate dai corpi quanto quelle che non sono ancora state incorporate. Ciascuna possiede una regione conforme alla propria dignità. Le anime divine e regali abitano la regione superiore; quelle di minore dignità e più inclini alle realtà terrestri dimorano nelle regioni inferiori; quelle intermedie nelle regioni mediane. Le anime inviate per esercitare il governo discendono dalle zone superiori e, una volta liberate dal corpo, ritornano nelle medesime regioni o anche più in alto, a meno che abbiano agito contro la dignità della propria natura e contro il comando della legge divina». La Provvidenza superiore, in proporzione alle colpe, esilia infatti verso regioni inferiori le anime che hanno trasgredito; allo stesso modo può innalzare anime di dignità inferiore verso regioni più grandi ed elevate. Vi sono infatti dall’alto due assistenti della Provvidenza universale: uno è chiamato Psychotamias, l’altro Psychopompos. La funzione precisa attribuita allo Psychotamias non è interamente conservata nel testo. Lo Psychopompos è invece colui che invia e dispone le anime destinate all’incorporazione. L’uno custodisce, l’altro lascia procedere, secondo la volontà di Dio. Secondo un ordinamento corrispondente a quello delle realtà superiori, anche sulla Terra opera la Natura. La Natura è infatti plasmatrice e costruttrice delle dimore corporee nelle quali vengono accolte le anime. Due attività le stanno accanto: Memoria ed Esperienza. La Memoria ha il compito di fare in modo che la Natura conservi il modello originariamente stabilito per ciascun essere e la composizione proveniente dall’alto. L’Esperienza fa invece sì che il corpo venga costituito in proporzione alla natura dell’anima che discende per essere incorporata: alle anime acute assegna corpi acuti; alle lente corpi lenti; alle operative corpi operativi; alle pigre corpi pigri; alle forti corpi forti; alle astute corpi adatti alla loro disposizione. La Natura non opera infatti senza ragione. Ha rivestito di piume gli uccelli; ha adornato gli esseri razionali di sensi più numerosi e più precisi; ha fortificato alcuni quadrupedi con corna, altri con denti, unghie o zoccoli; ha reso flessibili i corpi dei rettili. Agli animali acquatici, essendo timorosi, ha assegnato come dimora un elemento nel quale il fuoco non può esercitare pienamente né la propria capacità di illuminare né quella di bruciare. Le anime vengono rinchiuse nei diversi corpi secondo una corrispondenza di natura. Le anime capaci di giudizio entrano negli uomini; quelle estranee alla socialità umana negli uccelli; quelle prive di giudizio nei quadrupedi, per i quali la forza costituisce legge; quelle astute nei rettili, che non affrontano apertamente l’uomo ma lo colpiscono dall’agguato; quelle timorose negli esseri acquatici. In ogni specie, tuttavia, si può trovare un essere vivente che non utilizza pienamente la natura propria della specie. Così l’uomo può oltrepassare la propria capacità di giudizio; il quadrupede può modificare la necessità che lo domina; il rettile può perdere l’astuzia; l’animale acquatico può disprezzare la propria paura; l’uccello può abbandonare la propria estraneità agli uomini. Tanto basti riguardo alla disposizione delle realtà superiori, alla loro discesa e alla formazione dei corpi. In ciascuna specie e in ciascun genere si trovano inoltre alcune anime regali. Discendono anche anime differenti per disposizione: alcune ardenti, altre fredde; alcune superbe, altre miti; alcune libere, altre servili; alcune esperte, altre inesperte; alcune inattive, altre operative; altre ancora mutevoli. Tali differenze derivano dalla posizione delle regioni dalle quali le anime discendono verso l’incorporazione. Molte sono infatti le forme della regalità: vi è una regalità delle anime, una dei corpi, una delle arti, una delle conoscenze e altre ancora. Horus domandò: «Come dobbiamo intendere questo?» Iside rispose: «Fra coloro che non sono più in vita, tuo padre Osiride è sovrano delle anime. Dei corpi è sovrano il governante di ciascun popolo. Della sapienza e del consiglio è padre e maestro di tutti Ermete Trismegisto. Della medicina è sovrano Asclepio, figlio di Efesto. Della forza e della potenza ancora Osiride e, dopo di lui, tu stesso, Horus. Della filosofia è maestro Arnebeschēnis; della poesia ancora Asclepio Imouthes. Se esaminerai attentamente le cose, figlio, troverai molti governanti e molti sovrani di realtà differenti». Colui che governa su tutte le cose proviene dalla regione più alta. Chi governa realtà particolari riceve invece la propria funzione dalla regione alla quale appartiene. Coloro che provengono dalla zona regale possiedono una disposizione maggiormente regale. Coloro che provengono dalla regione ignea diventano operatori delle attività connesse al fuoco e al nutrimento. Quelli che provengono dalla regione umida vivono e operano nelle realtà umide. Quelli che provengono dalle regioni della conoscenza e delle arti si dedicano alle conoscenze e alle arti. Quelli che provengono da regioni inattive conducono invece una vita inattiva e errante. Le sorgenti di tutte le azioni e di tutte le parole che si manifestano sulla Terra si trovano infatti in alto e riversano quaggiù le loro essenze secondo misura e peso. Non vi è nulla che non sia disceso dall’alto e che non torni nuovamente verso l’alto per poi ridiscendere. Horus domandò: «Come dobbiamo comprendere questo ritorno, madre? Mostramelo». Iside rispose: «La sacratissima Natura ha posto negli esseri viventi un segno chiarissimo di questo movimento di ritorno. Il pneuma che traiamo dall’alto attraverso l’aria viene nuovamente inviato verso l’alto, affinché possiamo riceverlo ancora. Abbiamo in noi organi predisposti a questa attività; quando essi chiudono definitivamente le aperture attraverso le quali ricevono il pneuma, non siamo più quaggiù: siamo risaliti». Horus domandò: «Che cos’è dunque questa miscela di cui parli, madre?» Iside rispose: «È l’unione e la mescolanza dei quattro elementi. Da questa unione e mescolanza si leva una sorta di vapore, che avvolge l’anima e percorre il corpo, comunicando a entrambi — anima e corpo — la propria qualità. In questo modo si producono le differenti disposizioni dell’anima e del corpo». Se nella costituzione corporea prevale il fuoco, l’anima, che già per natura possiede calore, ricevendo un ulteriore elemento caldo diviene ancora più ardente e rende l’essere vivente più attivo e incline all’impulso irascibile; il corpo, a sua volta, diviene acuto e rapido. Se prevale l’aria, l’essere vivente diviene leggero, agile, instabile e rapido tanto nell’anima quanto nel corpo. Se prevale l’acqua, l’essere vivente diviene, quanto all’anima, fluido, naturalmente disposto ad adattarsi e capace di unirsi facilmente agli altri, poiché l’acqua possiede una natura unificante e comunicativa. I corpi, invece, per eccesso di mollezza e scarsa compattezza, possono facilmente perdere la propria coesione anche a causa di una malattia non grave. Se prevale la terra, l’anima dell’essere vivente diviene più ottusa, poiché la densità delle parti sensibili impedisce la libera espansione delle sue facoltà. Essa rimane come rinchiusa in se stessa, trattenuta dal peso e dalla densità. Il corpo diviene invece solido, ma lento, pesante e difficile da muovere. Quando i quattro elementi si trovano invece in proporzione equilibrata, l’essere vivente risulta caldo nell’azione, leggero nel movimento, ben temperato nella sensibilità e robusto nella struttura. Gli esseri nei quali prevalgono il fuoco e il pneuma assumono natura di uccelli e vivono nelle regioni superiori, presso gli elementi dai quali principalmente derivano. Gli esseri nei quali vi è molto fuoco, poco pneuma e quantità equilibrate di acqua e terra assumono natura umana. Nell’uomo l’eccesso del calore viene trasformato in intelligenza. Il Nous che è in noi è infatti qualcosa di caldo: non sa bruciare, ma penetra attraverso tutte le cose e le comprende. Gli esseri nei quali prevalgono acqua e terra, con una quantità moderata di pneuma e poco fuoco, assumono natura di animali terrestri. La presenza del calore li rende più vigorosi degli altri. Gli esseri costituiti da parti pressoché uguali di terra e acqua assumono natura di rettili. La carenza di fuoco li rende poco audaci; la partecipazione all’acqua li rende freddi; la terra pesanti e lenti; il pneuma permette loro il movimento. Gli esseri nei quali prevale l’umido e vi è poca componente secca assumono natura di pesci. La mancanza di calore e di aria li rende timorosi; l’abbondanza dell’umido e la presenza dell’elemento terrestre li rendono adatti a vivere nell’acqua e nella materia umida, secondo la loro affinità naturale. Anche le dimensioni e la struttura dei corpi corrispondono alla quantità di ciascun elemento e all’estensione della sua presenza. Finché la mescolanza costituita nella prima unione degli elementi e il vapore che da essa si leva conservano la propria proporzione originaria — senza che il caldo riceva altro caldo, l’aereo altro pneuma, l’umido ulteriore umidità o il terrestre ulteriore densità — l’essere vivente rimane sano. Quando invece tali elementi non rimangono nelle misure originarie, ma uno aumenta o diminuisce oltre la proporzione stabilita nella composizione fondamentale, allora l’essere vivente si ammala. Quando, infatti, il calore e la componente aerea, che condividono la propria dimora con l’anima, subiscono una simile alterazione, l’essere vivente può cadere in visioni di carattere simbolico e in stati di estasi o di alterazione delle proprie facoltà. Ciò avviene perché gli elementi si sono addensati, determinando condizioni attraverso le quali i corpi vanno incontro al deterioramento e alla corruzione. SH 27 – Sulla confutazione Ermete, dal discorso di Iside a Horus. Una confutazione, quando viene riconosciuta come tale, o grandissimo re, conduce colui che è stato confutato al desiderio di conoscere ciò che prima ignorava. SH 28 – Su Dio Talete, interrogato: «Qual è la più antica fra le realtà che esistono?» rispose: «Dio, poiché è ingenerato». Socrate, interrogato: «Che cos’è Dio?» rispose: «Ciò che è immortale ed eterno». Ermete, interrogato: «Che cos’è Dio?» rispose: «Il Demiurgo di tutte le cose, Intelletto sapientissimo ed eterno». Di Ermete. Sul Destino. Sette astri dal molteplice vagare la Luna, luminosa nella notte; Crono, oscuro; il dolce Sole; la Pafia, portatrice delle nozze; l’ardito Ares; Ermete, dalle rapide ali; e Zeus, principio della generazione, Gli stessi astri hanno ricevuto in sorte E sono in noi: Luna, Zeus, Ares, Pafia, Per questo, dal pneuma etereo, lacrima, riso, ira, generazione, La lacrima appartiene a Crono; la generazione a Zeus; il logos a Ermete; l’impulso irascibile (thymos) ad Ares; il sonno alla Luna; il desiderio a Citerea-Afrodite; il riso al Sole. Per opera del Sole, infatti, e insieme ride Nota sulla Traduzione italiana: Traduzione italiana di lavoro autonoma dal testo greco degli Stobaean Hermetica, con riferimento alla numerazione Nock–Festugière (SH 1–29). La resa è stata elaborata direttamente dal greco; le traduzioni moderne sono utilizzate esclusivamente come strumenti di confronto nei passi testualmente o interpretativamente problematici. Le lacune e le principali integrazioni editoriali sono mantenute visibili. Nota Le schede, gli archivi e i repertori presenti nell’Atlante Esoterico costituiscono strumenti di analisi simbolica, interpretativa e documentaria sviluppati nell’ambito del progetto di ricerca sul Patrimonio Culturale Esoterico. Per una descrizione dettagliata dell’Atlante e della metodologia usata si rimanda alla scheda: Cos’è e come funziona l’Atlante Esoterico. Relazioni con altri elementi dell’Atlante Esoterico Tag: Ermetismo Repertorio dei testi attribuiti a Ermete Trismegisto Tag: HERMETICA
Biblioteca Esoterica In Evidenza
A cura di Ignazio Caloggero
Stobaean Hermetica (SH 1–11)
Traduzione italiana di lavoro autonoma dal greco
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SH 2B – Pietà e filosofia
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SH 29 – Sul Destino e i sette astri erranti
si muovono presso la soglia dell’Olimpo,
e insieme con essi procede eternamente l’Eone:
dal quale germogliò la natura.
anche la stirpe dei mortali.
Crono, Sole ed Ermete.
ci è stato assegnato di ricevere:
logos, sonno e desiderio.
giustamente ride
ogni intelletto mortale,
il cosmo sconfinato.
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